I don’t care

Talvolta sento l’esigenza di sfuggire alla città e di camminare – che detto da me, suona alquanto ironico e potrebbe finanche apparire irriverente a qualche anima candida, politicamente corretta, che anziché storpia mi chiama diversamente abile. Ma tant’è che camminare lontano dalla fiumana, in questi momenti di inquietudine, è un richiamo imperativo. E alla necessità di passi, segue intimamente quella di bosco. La voglia di farsi sorprendere da un raggio di sole che penetra tra il fitto fogliame, di inseguire l’orizzonte consapevoli che l’obiettivo non è raggiungerlo, bensì continuare a rincorrerlo, il sentore di umidità ancestrale, l’odore di erba e sterpi arse in qualche vicina radura, liberano i pensieri e li purificano in modo analogo al bicchiere di rum e cola che adesso mi attende, sullo scrittoio, accanto al notebook.

La mia storia è fitta di ombre. Ma a produrre l’ombra è sempre una sorgente di luce.

Una volta prese le distanze dalla scenografia urbana, la mente ramifica tra le fronde e quel lacerto di cuore che mi porto appresso rattoppato e disilluso. Sicché, nutrito da questa maledetta linfa dalla natura ibrida, semi-vegetale ma sanguigna, il pensiero ritorna a quel crocevia solcato dai passi dei viandanti che è la mia vita. All’amore che credevo di aver ghermito ma che si è consumato, giorno dopo giorno, fino a non essere più abbastanza. Occorre essere chiari: ho sempre saputo di essere stata amata, ciononostante mi è parso che ad essere amato, in qualche modo, sia stato più il corpo che lo spirito.

C’è una sottile differenza tra l’amare una persona e l’amare soltanto il suo corpo, saperla riconoscere è scienza. Un sapere che si apprende con lo studio. È sempre così: un dubbio che viene promosso ad intuizione, un’idea che diviene legge. E tutto passa attraverso la labirintica via della sperimentazione: dalle prove al controllo degli effetti e delle variabili.

Certo, l’ho appreso con il tempo, anno dopo anno. Non per voluttà, ma per un desiderio più tiepido di conoscenza. Lasciandomi guidare dal paesaggio verso quell’orizzonte in cui cielo e terra collimano, senza peraltro distogliere mai lo sguardo dalla strada, tranne che per un istante, giusto il tempo di  dare un po’ d’affetto alla gatta che mi seguiva e reclamava attenzioni con aria da puttana d’alto bordo. Al cielo spesso ho anteposto l’asfalto. La volta celeste mi ha dato piacere più che risposte. Osservare l’Universo mi affascina. Tuttavia, il cielo ai miei occhi è un drappo punteggiato di astri, non è mai stato la dimora di Dio.  Ciò che ha sempre blandito il mio spirito è il sigillo che custodisce il cosmo; quel mistero, a tratti insondabile, che ci soppesa dall’alto come un voyeur istintivamente attratto dalla nostra vulnerabilità. Non c’è ragione alcuna in grado di scardinare, con l’immediatezza dell’intuito, quel groviglio di enigmi che attraversa la materia oscura e i buchi neri. Forte di questo sapere, ho ragionevolmente abbassato gli occhi e cercato chiarimenti più rasoterra. Dentro le carni, anziché tra le stelle. Ora, invece, quando abbandono il centro abitato per ricongiungermi alla natura fluida che risale sotto la corteccia assieme alla tacita promessa di germogli, smarrire il sentiero è un desiderio imprescindibile. Ovvero, una pragmatica aspettativa di trovare mani capaci di rimettermi sul sentiero.  Ché ho spesso lasciato alle mani altrui l’onere di istruire le mie.

Ripenso alla chiacchierata della scorsa notte, con un sottofondo di musica jazz e nelle viscere la netta sensazione che il percorso circolare dell’esistenza non sia una banale ubbia. L’Accolito – che in realtà ha  un nome assai meno bizzarro e non sopporta le funzioni religiose – ama ricordare il passato. Più che altro, ama ricordare le mani e l’averle immaginate su di sé, il giorno che mi vide per la prima volta. Diafane, fragili mani di adolescente. Seduto un poco in disparte, tra la parete amaranto e il divano avorio, su uno sgabello cigolante buttato in quel l’angolo per toglierlo dalla vista, scrutava le geometrie dei gesti, la fragilità del collo che già all’epoca faticava a reggere la teste e doleva. Era stato tutta la sera ad osservare, nel lento volgere della festa verso l’epilogo pregno di sonno e di sbadigli. Aveva chiesto che gli fosse servita della vodka ghiacciata, pur certo che nessun sorso di quel nettare cristallino avrebbe uguagliato quello bevuto a Mosca, il giorno in cui era salito sul vagone affollato del treno diretto a Vladivostok. Quando mi aveva vista uscire dal locale, si era alzato in fretta e le ginocchia indolenzite gli avevano ricordato di essere stato troppo tempo seduto in una posizione scomoda per le articolazioni, ma comoda per la contemplazione. Mi aveva raggiunta. Poche parole, un numero di telefono. Pensava alle mie mani e intanto tutto il calore delle carni si concentrava nella mente. E quel nucleo di tepore serbava una potenza primigenia, la forza antica con cui la Natura conserva la specie. Le mani lo cospargevano di un’euforia rovente che penetrava l’epidermide e serpeggiava fino al cuore. Da lì, attraverso il labirinto arterioso, saliva nella testa ed era come avere un ordigno nucleare nel cervello, un’arma bellica sempre sul punto di esplodere. Che dir si voglia, la testa ne era l’armatura e c’era ben poco da fare: non la si poteva disinnescare. La testa non si affrancava dall’ossessione: le mani. Le mie mani esili e fragili che la avvampavano e ne minavano i pensieri. Doveva averle. Nude, affilate come lame, lisce come cuscini.

Quella sera era rincasato di malavoglia. Forse mai, come quella volta, aveva sentito il bisogno di non interrompere il flusso dei pensieri, neppur se con la speranza di riprenderne il filo nel sogno. Non voleva dormire, desiderava restare desto per non rischiare di dimenticare. Le mani erano piume che accarezzavano. Pugnali che affliggevano. Le mani. E oltre le mani, i polsi. Un frammento di braccio, la giunzione tra l’atto e l’azione. Chissà se odoravano di catene?

Ché il primo pensiero di un uomo che mi vede per la prima volta sono le catene, l’idea che il mio spirito sia segregato in un corpo annichilente come una prigione. Il secondo è,  per certo, la mia fica. E poi ci sono le mani che ho un po’ smarrito durante il cammino, ne ho visto la forza venir meno, tant’è ho dovuto imparare a far compiere agli occhi e alla voce ciò che un tempo era compito delle mani. E infine, per ultimo spesso, ci sono io.

Io, che amo perdermi nel bosco e che non sono soltanto le mie mani, le mie catene – peraltro non dissimili da quelle di chiunque altro – né il mio sesso, ma qualcosa di tremendamente più completo

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