Lyon

Nella vita ho imparato che il viaggio non è salire su un’auto e raggiungere una meta. Ogni giorno trascorso è un itinerario, un tratto di strada percorso talvolta senza grandi spostamenti geografici. Tuttavia, ci sono momenti in cui sento l’esigenza urgente di riempire una valigia e di allontanarmi dai luoghi noti per trasformarmi in una straniera che gioca a fare la turista, ma che in realtà lo fa poiché desidera essere una sconosciuta.

Lyon.  Photographer: Sandro Boggio.
Lyon.
Photographer: Sandro Boggio.

Sono appena ritornata in Italia, dopo un breve viaggio oltralpe. Ad accogliere il mio rientro, un cielo cupo, carico di pioggia. Rincasare, stranamente, mi ha dato sollievo. Intendiamoci, non che il viaggio sia stato spiacevole, tuttavia ha portato a galla questioni esiziali che attendevano di essere affrontate. Questioni improcrastinabili. Ignorarle avrebbe voluto dire misconoscere la mia identità, negare il respiro che fa di me un corpo ancora in vita. 

Sono salita sull’auto convinta di vestire i panni della turista, ma ciò che ho visitato non è stata la città. Sì, ho passeggiato per i vicoli della città vecchia, ho allungato lo sguardo oltre le porte dei locali notturni, ho fissato la superficie liscia dei due fiumi che attraversano la città, mi sono sporta dai ponti per cercare la mia immagine riflessa sull’acqua; ho mangiato una Tarte Tatin seduta al tavolo di una briocherie all’angolo di Place Bellecour, ho ascoltato discorsi di estranei lungo le vie affollate della Presqu’ile, ho dormito dentro una stanza fatiscente in un hotel in costruzione nei sobborghi di Lyon.

Eppure ciò che ricordo meglio è il risveglio nel buio della stanza, il respiro di Israr che mi dormiva accanto, la sensazione opprimente di solitudine che suonava paradossale in mezzo ai rumori della metropoli. Ricordo di aver pianto per lo smarrimento, e di aver ripensato al primo viaggio da bambina sull’auto carica di bagagli, all’epoca in cui mio padre trasformava il sedile posteriore in un lettino, con le lenzuola di cotone e il cuscino soffice che era mio soltanto, e io ci dormivo sopra, eccitata dall’idea che avrei riaperto gli occhi in una città mai vista prima.

Dalla finestra socchiusa giungeva nella camera l’aria rinfrescata dal temporale. Riuscirò mai, realmente, a superare le difficoltà della malattia, a far quadrare i conti, a pareggiare la voglia di libertà e la necessità di assistenza? Potrò mai vivere una vita davvero indipendente, pur se legata alle braccia e alle gambe di un altro individuo, pur se vincolata alla sua capacità di udire ogni mio richiamo, di dormire un sonno leggero, di aver cura del mio corpo…

Ricordo di aver intuito che questo viaggio è stato solo una tappa di un lungo percorso itinerante, poiché le domande che la notte lionese ha lasciato affiorare stanno ancora attendendo una risposta…

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