#Il rosso non è il nuovo verde

Esco di casa vestita come un ninja metropolitano: felpa nera, cappuccio sulla testa, occhi delineati da uno spesso strato di Kohl – che per i paladini del “boh” altro non è che Kajal secondo il vocabolario magrebino. L’eccitazione ramifica nelle vene, si contrae e si dilata all’unisono con il cuore, battito dopo battito. Mi sento libera. Ci sentiamo libere. Katarzyna, è tornata in Italia per sostituire la mia nuova assistente in congedo per motivi personali. Non la vedo da più di due mesi. A fine febbraio aveva rassegnato le dimissioni ed era rimpatriata per intraprendere una carriera di tutto rispetto – sostanzialmente, ha iniziato a frequentare un corso sulla preparazione della salma prima della sepoltura, il che instilla in me il ragionevole dubbio che vi sia un’associazione tra il lavoro svolto con la sottoscritta e l’aver maturato la passione per i cadaveri.

 Katarzyna è una ragazza silenziosa, discreta, per un certo verso timida, soggetta all’erubescenza del volto in odore d’imbarazzo, ma se c’è una cosa che non si può negare è la sua totale, imperativa e finanche congenita predisposizione al viaggio!  Prendere un autobus per recarsi in aeroporto, quindi affrontare due ore di volo, riprendere l’autobus per recarsi in stazione, affrontare altre due ore di viaggio in treno, quindi prendere la metropolitana e infine percorrere tre chilometri a piedi per arrivare da me, ha per lei lo stesso significato che per me ha svoltare l’angolo per andare a svuotare la pattumiera dietro casa.road-166543_1280 Un’inezia. Il suo arrivo mi ha regalato un buonumore sferzante, la promessa di una settimana randagia, succhiata al midollo; la sua presenza è foriera di vagabondaggio, partenze improvvisate, espatri dal quotidiano. Sicché lei è arrivata ieri e oggi è già pronta – fresca come una notte di settembre a queste latitudini – a guidare la mia auto per accompagnarmi oltralpe.

Il fato vuole, tuttavia, che un impegno improvviso mi costringa a raggiungere la collina torinese, con una notevole deviazione al percorso stabilito. Chi se ne frega! Anzi, chi cazzo se ne frega! Ho un’auto, un’assistente biologicamente programmata per divorare chilometri alla stregua di nutrienti, chi se ne…pardon, chi cazzo se ne frega della variazione al tragitto: un’insignificante sfumatura alla banalità monocromatica di ogni pianificazione.

Sopra le nostre teste, il cielo bigio pare solidificarsi in un preludio di pioggia. Ma c’è musica, c’è il serbatoio pieno di carburante, c’è lo zaino con una manciata di indumenti e due spazzolini da denti. Partiamo.E mentre il veicolo si avvia sulla traiettoria segnata dall’asfalto, ingoiandola come un avido fratello cannibale, il pensiero della pioggia si fa sempre più liquido, scende in profondità e alla fine rimane vittima di se stesso, annega. “Oggi è la giornata europea della Vita Indipendente” annuncio a bassa voce, non perché voglia comunicarlo in sordina, bensì perché in questo momento una minuscola ma fatale scheggia di caramella all’anice si è conficcata tra la tonsilla e le corde vocali destabilizzando l’ugola. Katarzyna, che ha l’udito di una tarma della cera ma quando guida sotto la pioggia perde sensibilmente queste qualità da falena, orienta l’orecchio verso di me – che siedo dietro nella loggetta predisposta alla carrozzina come farebbe un purosangue nel box – e nel farlo ruota leggermente la testa.

In quel preciso istante la luce verde del semaforo si spegne e si accende quella rossa. Ma traffic-lights-1013506_1280noi siamo già oltre, nel bel mezzo di un incrocio dove iniziano a sfrecciare auto da tutte le direzioni, come fili di un ordito che si sta tessendo. E sempre in quell’istante, un’auto con a bordo due agenti della Polizia Municipale ci avvista. Uno di loro scende dall’auto e iracondo scarica addosso a Katarzyna tutta una serie di invettive finendo con il chiederle di accostare per poterle ritirare la patente. E qui entra in gioco il mio utilissimo culo poggiato su quattro ruote. “Io sono con persona disabile” esclama Katarzyna con la voce infuocata dall’ira. Allora, gli occhi azzurri dell’agente improvvisamente si pietrificano. Cerca di vedere aldilà del vetro oscurato, poi apre il portellone e si trova di fronte il mio sguardo implorante da gatta randagia strabica. Forse più per timore della Sfiga dell’Handicappata che per il fascino sortito dalla mia pupilla maliarda, l’agente desiste dall’intento. Ripartiamo.

Oggi è la giornata europea della Vita Indipendente. “Degna celebrazione!” esclamo mentre ricomincio a canticchiare un motivetto che ho in testa da qualche giorno.

 

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