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L’addio.

Alhamdulillah, sia lode a Dio per averti messa sul mio cammino. “Sia lode a Dio” verrebbe da dire se non fossi un’agnostica che ha sempre procrastinato ogni ammissione di fede perché convinta che la nostra vita sia il tempo della ricerca e non del monotono celebrare una verità raggiunta.

Sono in piedi, sulla terra.
Il mio corpo: uno stelo d’erba
che, per esistere, succhia
il sole, il vento, l’acqua. (Forough Farrokhzad)

Hanane ed io ci siamo congedate in mezzo agli effluvi degli incensi, quelli dolciastri del nag champa e quelli acri della carta d’Eritrea. All’imbrunire, tra la masnada degli ambulanti e i giochi chiassosi dei bambini. Le sue dimissioni in vista del matrimonio le aveva rassegnate ufficiosamente già da qualche mese. Tuttavia, è rimasta al mio fianco fintanto che non ho trovato una degna sostituta.

Torino pullula di viandanti. “Due addii in un mese sono troppi per me”. Ancora una volta, bellezza e dolore confliggono tra gli occhi e il costato: “Due addii sono troppi per il mio cuore e quel suo destino da puttana.”
“Ma il mio non è un addio!” assicura, ed è più un voler porre l’accento sul fatto che sì, ha visto l’operato clandestino e il viavai di cani in fregola, conosce il mio cuore e il meretricio che grava tra i ventricoli e gli affetti. Più su questi ultimi, ovviamente. Lei ha visto il cuore e non intende alimentare l’omertà che gli è ramificata attorno.
Alhamdulillah” verrebbe da dire.

Inshallah

Ci sono gesti che fanno riflettere. Quando trascorro una notte “speciale”, ad esempio, ed Hanane – la mia assistente – mi prepara con una tale delicatezza che pare un esercizio estetico: adagia con cura i miei capelli sul cuscino, ne allunga qualche ciocca sulle spalle, accende le candele e, infine, dà un ultimo ritocco alla lingerie come fosse il compimento di un’opera d’arte. Un’arte rasoterra – certo – nutrita dai sottili equilibri tra le simmetrie e gli estetismi, dalla carne più che dallo spirito; un’arte che è più un mestiere, e che richiede l’uso delle mani, che non si accontenta di mostrare ma abbisogna di toccare, di sentire sotto le dita.

Quando verrà il momento
Nella follia  catturerò il firmamento e lambirò le nubi
Prenderò in prestito la bufera  lasciandomi alle spalle le lacrime zampillanti
E me ne andrò.

Joumana Haddad

In quei momenti la mia scarsa mobilità passa in secondo piano, non è che un’appendice. Hanane distende le pieghe sulle lenzuola fresche di bucato, poi appoggia al fondo del letto la coperta ripiegata con cura. Nella stanza l’odore degli incensi avviluppa l’effluvio delle spezie usate per la cena: cardamomo, coriandolo, curcuma…

Mi pare di aver sbagliato nel frequente tentativo di dare un senso all’immobilità a seguire l’indicazione ieratica e gelida delle statue. Avrei dovuto, invece, seguire un’altra direzione, quella che la statua non incarna, quel verso, quella traiettoria che scorre dal gelo inorganico della scultura al calore animale del sangue. Hanane mi prepara come fossi una sposa, non accenna al benché minimo raffronto con la materia inorganica. “La scultura è la meno carnale delle arti; la sfida che propone deve affidarsi al freddo…” suggerisce l’amico Dario.
Se nella vita avessi seguito ciò che mi veniva suggerito, forse, avrei imparato più in fretta a non confondere il bisogno delle mani altrui con il rimettersi alla loro volontà. Invece, c’è voluto tempo.
Ho guardato, non senza un sentimento di ripulsa, dritto dentro quel crogiolo di elementi intaccato dal tempo, ho guardato con occhi da voyeur quella mistura infetta dove carne e larve si spartivano il nutrimento; ci ho conficcato dentro lo sguardo, come a mirare il baricentro, per dare l’illusione alla pupilla di poter fissare un insospettabile equilibrio. Ma la mente ha sempre desiderato andare altrove, sicché agli occhi non è rimasto altro che rispecchiarne l’irrequietezza di zingara, il tormento interiore che la faceva sentire troppo stretta in un luogo e in un corpo. Poiché c’è un limite alla resistenza umana, una volta raggiunto si finisce col fermarsi definitivamente o si cerca un altrove in cui reinventare la propria vita.
Ora, sulla soglia di casa lo zaino invoca nuovamente la partenza…

Un bel tacer

“Un bel tacer non fu mai scritto.” mi sovviene mentre attendo che svanisca il sonno, esausta, al risveglio dopo una giornata che è stata tutto fuorché ordinaria.
Un bel tacer…Ma che cazzo me ne frega di tacere se tutto ciò che voglio è scrivere? Scrivere su ogni centimetro di epidermide, su ogni brandello di carta, sui muri, sui margini delle pagine, sui Testi Sacri, sui delicati incastri delle sinapsi…

È l’unica volontà conservata integra dagli anni dell’infanzia; la sola che non si sia trasformata in un “avrei voluto”.
Voglio scrivere dello scroscio della pioggia giunto a sorpresa nel tardo pomeriggio subito dopo il bagliore del lampo dentro la stanza in penombra. E voglio scrivere della mia natura snaturata, spuria, delle sue pendenze, e della nausea che fa eco al piacere e alla fine si confonde con esso.
“Ho viaggiato poco” confida con una punta di rammarico.
“Io, invece, ho viaggiato moltissimo benché spesso ferma in un luogo.”
Fa un cenno al mio sguardo, all’iride scura che quando fissa un punto di fronte a sé si spoglia della dolcezza e risveglia una bestia assopita dentro.
“C’è una parte di te cupa come il colore degli occhi ed un’altra limpida, rasserenante, così diversa…” suggerisce come a rispondere ad un proprio dissidio interiore ed io gli accordo il piacere di avere l’ultima parola, lascio morire il discorso.
Voglio scrivere del paese in cui sono nata, della sua meravigliosa antichità che, sì, è retriva e bigotta ma pullula di storia e continua a dar voce ai morti.

“Ti faccio un po’ paura?” chiedo in attesa più di una conferma che di un’affermazione, e con una sola ragione nella testa e tra le cosce.
Ma, intanto, un’euforia densa e pulsante distoglie la mia attenzione dalla risposta. “Un cazzo. Non me ne frega un cazzo.”
Allora sorride.
Voglio scrivere del giorno che si è spento con un copioso scroscio di pioggia, del cielo aldilà del vetro. Del cielo che si è fatto cupo come l’iride e ha aizzato la bestia e fomentato la voglia di canticchiare una canzone di quando ero bambina.

Febbraio 2016

Piove da questa mattina, dai comignoli s’innalza un fumo grigio che ha le stesse sfumature del cielo. Nessun rumore, oltre allo stillicidio sui vetri delle finestre. La sensazione di essere sola fagocita i pensieri e il proverbiale buonumore che da sempre, dacché esisto, conferisce la leggerezza di una piuma anche alla più pesante delle croci, ha lasciato spazio alla mestizia. Getto le chiavi di casa sullo scrittoio, accanto al notebook e alla tazza con l’infuso di ananas e pesca, e mi volto per cercare nelle geometrie della stanza una forma che mi porti altrove. La trovo. In un attimo non indosso più i miei panni e al muro affrescato di fronte a me antepongo il mare aperto, l’estendersi delle acque a perdita d’occhio.

“Ho sognato di portarti in braccio in mezzo ai marosi…” riecheggiano le sue parole nel silenzio della casa. Allora riaffiora il ricordo dell’estate, dell’abito bianco di cotone, gonfio di vento, del profumo di salmastro sugli scogli. Quella confidenza inattesa era saettata tra le onde a mirare il punto più debole del mio spirito: il bisogno di essere amata. Un bisogno ancestrale, antico eppure in me così vivo e urgente da essere il cardine di ogni mia ricerca: qualcuno che si prenda cura di me e lo faccia per amore e non per lavoro.

water-984495_1920Era stato, per un attimo, come se stessi per venire al mondo. Avevo sentito giungere il momento, quell’infinitesimo di vita in cui il frutto raggiunge la maturazione e senza porsi domande si stacca dall’albero, misconosce il ramo. Così ho iniziato a sentirmi sospesa, come attaccata ad un filo, pronta a lasciare il mare. Solo che la sensazione era che uscire dal mare volesse dire cadere, precipitare. Pareva che la terraferma stesse in fondo. Non sotto il mare, come un fondale che reggeva il peso delle acque, bensì fuori, oltre l’acquosità-madre che tutto genera. Me ne stavo appesa, dondolandomi smaniosa di crollare a capofitto, ché la corda a cui ero legata stava per cedere…

“Ti porterò al largo!” aveva promesso: “Sto pensando a come prenderti.”

Allora a cogliermi era stata una paura venefica risalita dal ventre fino alla gola, un’angoscia soffocante che riecheggiava lo smarrimento dei dispersi. Se una tale premura non fosse stata altro che un modo per sentirsi il paladino di una storia la cui delicatezza era pari, in natura, solo agli esili frutti del tarassaco che un debole soffio d’aria strappa al fusto? Se così fosse stato, la leggerezza delle infruttescenze avrebbe presto lasciato il posto al peso delle catene. In tanti, spinti dal desiderio di godere della leggerezza di un volo nella brezza estiva hanno promesso ali in vece delle mie braccia e delle mie gambe. Ma ai primi barlumi d’autunno se ne sono dimenticati. window-372287_1920

Come dar loro torto? Il solo vincolo che mi tiene legata al mio corpo è l’impossibilità di sfuggirgli.

Continua a piovere. Quella che si profila, ora, sul muro affrescato della stanza è la sagoma scalcinata di un marinaio che rimpiange il destino incerto dei naviganti, la condanna di chi affronta un viaggio dopo l’altro senza inseguire mai una vera meta, una che metta a tacere tutte le altre, l’ultima.

Nella vita anche io ho viaggiato. Non quanto avrei voluto, ma ho viaggiato; a scegliere l’itinerario è stato, fin dall’infanzia lo spirito nomade che arde dentro questo mio corpo quasi immobile. E viaggiando ho voluto sperimentare tragitti talvolta impensabili e sovente preclusi, confidando in quell’anima irrequieta che non si è mai accontentata della cella organica in cui avrebbe dovuto vivere se non fosse stata più forte del corpo che la incarnava. E ho confidato, altresì, nella sorte, augurandomi di incontrare un corpo capace di comprendere quello che, potendo, avrebbe fatto il mio.

Quand’è che ho imparato a mettere il mio corpo nelle mani di un altro, non lo ricordo. Ciò che è rimasto impresso nella memoria è l’addestramento per riuscire a farlo. Anni di prove e di sconfitte. Per essere capace di metterti nelle mani di un altro devi cominciare a sentire il suo corpo. Devi entrare in quel corpo, amarlo come fosse il tuo. Ogni mano che ti tocca trasmette una sensazione mai sperimentata prima.

Le ricordo tutte. Le mani che mi hanno aiutata o che hanno preteso di farlo, le mani che mi hanno immolata, quelle che mi hanno resa vittima e quelle che mi hanno resa madre; le mani che mi hanno sollevata e quelle che hanno inflitto alla mia carne la geometria di una stigmate, quelle che ho amato e quelle che, per quanto piegate alla soddisfazione del mio piacere, non ho mai avuto.
Le ricordo tutte e ricordo di aver finto che fossero mie, che fossero più vicine di quello che erano, anche se erano già conficcate nella carne o affondate nei miei umori; ho finto che fossero per sempre e che, affrancate dal giogo del tempo, non avrei mai dovuto dimenticarle, né sostituirle. È stato così anche per le mie mani, quando ne ho visto la forza venire meno fino a dissolversi come la pittura dentro il solvente. Ho finto che le avrei ritrovate, che nulla era perso per sempre…

L’altalena.

Sotto una luce al neon fredda come questa stagione, l’immaginazione spazia dagli sterili confini dell’ufficio agli scenari nebulosi dell’avvenire. Come potrei desiderare di fare l’amore soltanto durante l’ora d’aria delle uscite programmate, fuori dalle mura di un ghetto?

La voce del mio interlocutore mi riporta alla realtà: “Ha mai pensato all’istituzionalizzazione?” mi domanda con voce pacata e gentile il direttore del Distretto Sanitario. Se ne sta seduto su una sedia foderata di pelle nera, e mi guarda attraverso le spesse lenti degli occhiali che indossa con eleganza. Ha lineamenti piacevoli, un che di “bello” che si adatta alla mutevolezza delle circostanze e che non stride con le espressioni austere, né con la morbidezza del sorriso.

cop-1015984_1920Mi sta chiedendo se io abbia mai pensato a trascorrere la vita in un istituto per la lungodegenza. Un istituto per persone non autosufficienti. E aggiunge: “Sarebbe più semplice…” Mi parla con naturalezza e la voce fa eco alla sicumera di chi è abituato ad avere l’ultima parola su tutto; fiera – com’è giusto sia – del potere che detiene. Ha accavallato le gambe e appoggiato con solennità le mani sulle ginocchia. Nella stanza angusta, dove una commissione sta soppesando il mio futuro sui piatti di una bilancia, decidendone il valore, monetizzandolo, risuona quel suo: “Sarebbe tutto più semplice.”

No, non sarebbe più semplice! Non lo sarebbe per me che finirei con l’usare la toilette ad orari prestabiliti e quando il personale di assistenza è disponibile, anziché quando il mio intestino e la mia vescica reclamano il sacrosanto diritto di precedenza su qualsivoglia urgenza altrui. E non lo sarebbe per il nostro paese che, invece di finanziare l’indipendenza di una sua cittadina, si ritroverebbe a pagare più del triplo per il confinamento della stessa in un ospizio. Sì, perché di un ospizio si tratta, anche se ora va di moda il termine Rsa, che una mente candida potrebbe addirittura pensare sia l’acronimo di Royal Scottish Academy, finendo con il credere che di una borsa di studio si stia parlando.

Direi che “semplice” non è affatto l’aggettivo appropriato. A meno che la comodità di servire pasti ogni giorno alla stessa ora, con la ripetitività di una catena di montaggio, sia considerato più semplice dell’assecondare il desiderio di mangiare quando si ha fame, anziché quando altri decidono che tu debba mangiare.O che spegnere le luci nell’intero reparto sia ritenuto più proficuo di quell’individuale andare a letto quando si ha sonno che è, a tutti gli effetti, sinonimo di libertà.

Poiché “semplice” sta all’istituzionalizzazione come il rosso e il verde stanno al daltonismo. Non riesco a concepire una vita da reclusa. Non posso mutilare la mia immaginazione costringendola ad assopirsi entro i confini di una cella. E, tantomeno, voglio dover chiamare quella cella, “casa”.

Non posso pensare che farei l’amore soltanto durante l’ora d’aria delle uscite programmate, o sopra un lettino con le sponde e il materasso antidecubito che ondeggia come un veliero tra i marosi. O nelle palestre deserte, nelle silenziose notti geriatriche, come si faceva ai tempi dei ricoveri per la riabilitazione, negli anni d’oro della mia adolescenza. O, magari, sopra il carrello dei medicinali, tra un lassativo e una confezione di garze sterili, o appesa al sollevatore dall’aspetto e funzione simile a quella del più noto aggeggio ludico chiamato “altalena dell’amore” o Love Swing per gli amanti anglofoni. Oppure vestita da Oss dopo aver rubato una mascherina chirurgica e un paio di guanti monouso in lattice, o forse dentro la vasca per l’idroterapia, sostenuta dall’acqua con la minore forza di gravità che rende più facili i movimenti…

Hmm, queste fantasie stanno diventando allettanti! Quasi quasi chiedo che mi ricoverino…

10 novembre 2015

D’accordo, ragioniamo. Se questo letto potesse parlare, bestemmierebbe! E non lo farebbe con il leggendario turpiloquio dei portuali, no! Bestemmierebbe con grazia, scaraventando imprecazioni dai dolci effluvi di lenzuola fresche di bucato e soffici come guanciali, lungo le diagonali della stanza. Imprecherebbe per le unghie della gatta che graffiano il materasso, per le geometrie dei corpi che non sono mai gli stessi perché non si è pronti ad assumersi l’impegno di restare a lungo nello stesso posto, tra le stesse braccia. Bestemmierebbe per le pieghe in ombra sotto la biancheria a catafascio, in attesa che giungano mani a riordinare, per le scuse che risuonano come inganni,  subdoli appigli che tralasciano ingenuamente i più semplici dettagli.

Lui mi volta su un fianco e mi stringe in un abbraccio come a fermare il tempo. Confesso: <<Sei il regalo più prezioso che ho ricevuto!>>

<<Per gli anni che tu conti al rovescio?>>

<<Sì, anche. Ma più per gli anni che non contano.>>

Non ricordo un novembre caldo e assolato come questo. Il clima è quello idoneo alle performance amorose del vicinato, lasciate intendere dai sospiri che oltrepassano la finestra aperta, nelle prime ore del pomeriggio, e dai richiami al cane che giungono languidi dalla camera da letto. È il clima perfetto per vedere apparire sul balcone l’inquilino del piano di sopra, avido di chiacchiere, un cecchino appostato dietro i gerani appassiti, tra la ringhiera e le fioriere, in attesa di vedere comparire un volto noto nei dintorni per attaccarci un bottone interminabile. Questo novembre estivo è ideale per udire l’ira della dirimpettaia che trafigge il marito con coloriti insulti per l’eccessivo sale nella pasta al pesto, e per vedere poi il povero Cristo vagare come un’anima in pena da una stanza all’altra con il volto costernato e in religioso silenzio.

È la temperatura adatta alla resurrezione delle zanzare, credute morte e sepolte nel carnaio di Ognissanti e, invece, miracolosamente vive e vegete. E bastarde.


La goccia che fa traboccare…il vaso.

Quand’è squillato il telefono, la gatta – che sonnecchia sopra il divano, in salotto – ha dischiuso svogliatamente le palpebre e alzato la testa con fastidio, com’è solita fare quando rivendica la discendenza divina e rimpiange i tempi in cui l’Egitto era patria di faraoni. Ma benedetta figlia di Ra!

Al terzo trillo rispondo. Una voce virile, roca come da postumi di tabagismo selvaggio, mi investe: “Ho letto che cerca un’assistente. Mi dica!”

“No, mi dica Lei!”

Ruggisce, forse per schiarirsi la gola. Poi, attacca: “Io sono una OSS. Una professionista, insomma. Non una badante…” mentre la voce scema verso un tono di disgusto.

Incalzo: “Qual è il suo nome?”

“Sono Rosa. Ho 58 anni.”

Spiego a grandi linee quali sono le mansioni e le abilità richieste, e tutto ad un tratto una domanda ben scandita, seguendo la traiettoria di un proiettile, penetra il mio orecchio e raggiunge il timpano: “Lei è incontinente?” piranha-303345_1280

Sollevo lo sguardo sul pianoforte e deglutisco, come a ingoiare l’incredulità: “Mi scusi, credo di non aver capito.”

E, allora,  la voce raspante di fumatrice incallita esplicita: “C’ha il pannolone?”

Respiro a fondo e, dopo aver pizzicato un lembo di labbro tra i denti, avvicino il telefono alla bocca affinché non si perda nemmeno un accento delle mie parole.


Innanzitutto, complimenti per la professionalità! Senza farne vanto, posso affermare di avere il controllo completo degli sfinteri, anzi potrei consigliarLe qualche esercizio per l’incontinenza verbale di cui soffre. Oltretutto, è chiaro che le parole anziché dall’ugola Le escano da ben altro orifizio. 


Questo è ciò che mi attraversa i pensieri, come un lampo. Tuttavia, sintetizzo: “Lo avrai tu il pannolone, stronza! Ché vista l’età, se riesci a stare in coda per il bagno senza inumidirti le mutande puoi credere nei miracoli.” 

     largeSto diventando insolente, non v’è dubbio. In ogni caso, l’assistenza alla persona non è un lavoro facile. Ma come scrissi tempo addietro, sovente mi chiedo chi sia realmente l’assistito e chi l’assistente.

Si susseguono episodi di dubbia natura. Dal giovane architetto che, volendo gettarsi in un’esperienza lavorativa diversa, si candida come mio assistente, esordendo con: “Certo, poi devo capire quale sia la sua disabilità, ma visto che mi ha risposto al telefono…sì, insomma…ecco…” Tanto che per evitare il prolungarsi di un silenzio imbarazzante, devo intervenire: “Parlo?”

Ecco, sì…intendevo questo…“e, chiocciando, mi ringrazia per avergli risparmiato la forca.

Alla rampante signora di mezza età che in odore di lenocinio si propone per il lavoro, ma alle sue, insostenibili condizioni soldi di cioccolatoeconomiche, e quando replico domandandole se, per caso, voglia anche la vasca idromassaggio in camera, mi risponde offesa sostenendo che i soldi nella vita non sono tutto…

Senza alcuna ombra di alcun cazzo di dubbio, voglio essere pagata per svolgere il ruolo dell’assistita!

Chissenefrega!

Certo, la giornata non è iniziata nel migliore dei modi: hai aperto gli occhi sul ghigno del personal trainer che, tra un cenno di diniego e una risatina, ti riporta alla memoria l’appuntamento di cui ti eri dimenticata. Con noncuranza, hai sbadigliato per un quarto d’ora sul suo orgoglio ferito, mentre passavate dallo stretching al pompage, attraverso le tortuose vie della cocciutaggine muscolare.

Cazzo! Rispondono prima gli impiegati dell’803 164 ad una chiamata all’ora di punta, che i miei muscoli alla stimolazione nervosa!” pensi ad alta voce e nel bel mezzo della riflessione squilla il telefono e ti assale il dubbio di aver dimenticato un altro appuntamento: “Chissenefrega!” concludi, mentre ti accingi a rispondere, sollevata dal fatto che l’apparecchio telefonico trasmetta solo la tua voce e non il respiro impastato di sonno non proprio da conversazioni tête-à-tête.  phone-booth-758751_1280

È la tua assistente che, mezz’ora prima di iniziare il turno, ti chiede di sostituirla perché non si sente bene. In meno di trenta minuti dovrai trovare qualcuno disponibile, o in alternativa convincere l’altra assistente a restare – che, nel frattempo, ha già indossato il soprabito e impugnato la valigia ed attende con ansia la fine del lavoro. In quel preciso istante, non un attimo prima, ti volti verso lo specchio e a contornare due occhiaie da panda che sembrano disegnate con una pennellata di fuliggine, ti accorgi di un capello bianco che spunta dalla chioma arruffata, dritto come un’antenna pronta a captare segnali intergalattici. Allora guardi con più attenzione e lo vedi, impavido e circondato da una manciata di gemelli albini, tutti schierati e rivolti al cielo come i radiotelescopi del progetto SETI.

Ma per fortuna, poi bussano alla porta e quando vai ad aprire, ad attenderti, c’è chi ti saluta con un sorriso e in mano un meraviglioso mazzo di rose rosse. E allora ti viene da piangere. Ma per la commozione. foto1

I don’t care

Talvolta sento l’esigenza di sfuggire alla città e di camminare – che detto da me, suona alquanto ironico e potrebbe finanche apparire irriverente a qualche anima candida, politicamente corretta, che anziché storpia mi chiama diversamente abile. Ma tant’è che camminare lontano dalla fiumana, in questi momenti di inquietudine, è un richiamo imperativo. E alla necessità di passi, segue intimamente quella di bosco. La voglia di farsi sorprendere da un raggio di sole che penetra tra il fitto fogliame, di inseguire l’orizzonte consapevoli che l’obiettivo non è raggiungerlo, bensì continuare a rincorrerlo, il sentore di umidità ancestrale, l’odore di erba e sterpi arse in qualche vicina radura, liberano i pensieri e li purificano in modo analogo al bicchiere di rum e cola che adesso mi attende, sullo scrittoio, accanto al notebook.

La mia storia è fitta di ombre. Ma a produrre l’ombra è sempre una sorgente di luce.

Una volta prese le distanze dalla scenografia urbana, la mente ramifica tra le fronde e quel lacerto di cuore che mi porto appresso rattoppato e disilluso. Sicché, nutrito da questa maledetta linfa dalla natura ibrida, semi-vegetale ma sanguigna, il pensiero ritorna a quel crocevia solcato dai passi dei viandanti che è la mia vita. All’amore che credevo di aver ghermito ma che si è consumato, giorno dopo giorno, fino a non essere più abbastanza. Occorre essere chiari: ho sempre saputo di essere stata amata, ciononostante mi è parso che ad essere amato, in qualche modo, sia stato più il corpo che lo spirito.

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Il piacere che non piace.

Il raggiungimento dell’indipendenza, fisica ed economica, ha da sempre vellicato i miei pensieri di sognatrice. Fin da quando, bambina, risalivo sulle spalle di mio padre la strada che dalla casa cantoniera conduceva alla piazza del paese, e seppur in silenzio, nutrivo il desiderio di appoggiare i piedi sull’asfalto per camminare senza dipendere più dalle gambe altrui.

L’indipendenza che intravedevo come la meta da raggiungere, passo dopo passo, era più uno stato mentale, una vera e propria rivendicazione dell’autonomia di pensiero.

Ebbene, se il pensiero non può mai dirsi completamente libero dai condizionamenti, le esperienze – il vissuto maturato sulla nostra pelle, intimo e onestissimo – possono aiutarlo a sentirsi indipendente. Ad affrancarsi dalle convinzioni della massa.

Ho 36 anni, una grave disabilità motoria e faccio sesso da quando avevo 16 anni. Vent’anni di prime volte, di posizioni inventate, di rose-143937_1280immaginazione; vent’anni di amore tenuto in serbo come un’offerta intima, lontano dagli sguardi altrui, vent’anni di scopate alla mercé del vento, vent’anni fecondi come il ventre che non ha mai portato a termine una gravidanza. Vent’anni di umiliazioni, anche. Di pregiudizi. Forse più ora, che all’epoca. Ora che il concetto di assistenza sessuale è giunto a risvegliare, oltre alle coscienze, la morbosità di molti. Perché l’idea di assistere sessualmente una persona fa gola ai più, è un invito a concretizzare l’idea che fottersi un disabile significhi essere all’avanguardia.  Così quello che doveva far le veci di un urlo liberatorio in faccia al bigottismo, ha finito per dar voce al pregiudizio. Un pregiudizio in odore di santità, s’intende. Ecco, allora, un’orda di segaioli che giunge a offrirmi le pudènda con carità quasi cristiana, giovani e meno giovani che si dichiarano di mentalità aperta perché chiavare una storpia è roba d’avanguardisti, dongiovanni improvvisati certi che non gli si dica di no giacché è imperativo che l’handicappata riceva cazzi senza far questioni, alla stregua di un dono. Ma se la storpia è stronza? O se, semplicemente, non è la bambola che molti avrebbero voluto fosse?

Sovente, negli incontri occasionali, ho avuto la netta percezione di essere io l’assistente sessuale. Mi si conceda questa provocazione. Quando si tratta di erotismo, i ruoli son sempre mutevoli. Colei che porta lo stigma dell’assistita può diventare, a tutti gli effetti, l’assistente. Di fronte ad ogni erezione ho sempre saputo di essere io a dar piacere, a soddisfare un bisogno altrui. Certo, ho soddisfatto anche la mia esigenza di essere desiderata, appetibile, come è giusto sia in natura. Dov’è, allora, il confine tra l’assistere e l’essere assistita?