L’irrequietezza di zingara.

Il racconto non può dirsi concluso finché non si spinge dai rigidi ingranaggi di una giostra oltre le rive della Saone, ben oltre lo spartiacque che separa l’odierna struttura urbana dalle vecchie mura della città.

L’irrequietezza di zingara faceva eco al sano desiderio di prendersi il piacere dove capitava, all’occorrenza, senza sensi di colpa, né vincoli geografici. Poteva essere una città da esplorare, una strada mai percorsa o una stanza decadente in cui giocare all’amore.

Ci eravamo lasciati in Place de la Republique ad osservare i bambini su una giostra, sotto un cielo cupo e minaccioso. Ciò che non avevo detto era che quell’orizzonte grigio incorniciava la città, ne era lo sfondo perfetto. Il contrasto con le sfumature rosa e ocra dei palazzi, con le vernici rosso vivido dei portoni, con il verde scuro dei dehors ne facevano una condizione imprescindibile.

Attraversando Rue de Brest, mentre quest’intuizione cromatica si andava facendo certezza, Israr, con una sicumera inattesa, si era lasciato sfuggire di bocca il proposito di trasfervisi dopo la laurea in Ingegneria. E aveva continuato a ripeterlo a voce alta sopra il ponte che da Rue Grenette conduce alla Vieux Lyon. Oltrepassato il ponte, invece, era tornato a blandire la fantasia erotica d’oltralpe, arricchendola di dettagli dal fascino rinascimentale. Stefania ed io, nel frattempo, avevamo trovato una tabaccheria ed eravamo entrate per acquistare un adattatore di presa elettrica, ché le prese dell’hotel non erano compatibili con il caricabatterie della mia carrozzina (trascinarla lungo le strade lastricate di porfido era un’eventualità da scongiurare con ogni sorta di ammennicolo apotropaico umanamente concepibile). Sicché, disposte a pagare una cifra esagerata per un pezzo di plastica, eravamo uscite dal negozio con il nostro agognato bottino e con 10 euro in meno nel portafoglio.

Davanti a noi, uno stretto vicolo invitava a percorrerlo. Proprio come i bambini di poco prima ci incuriosiva e affascinava la traiettoria; quell’incanalarsi della città in uno spazio angusto risucchiava i nostri pensieri, monopolizzandoli.  È stato lì, di fronte all’insegna luminosa di un locale che prometteva spettacoli per adulti che il senso del viaggio ha iniziato a prendere forma: l’irrequietezza di zingara faceva eco al sano desiderio di prendersi il piacere dove capitava, all’occorrenza, senza sensi di colpa, né vincoli geografici. Poteva essere una città da esplorare, una strada mai percorsa o una stanza decadente in cui giocare all’amore. Non esisteva – dubito sia mai esistito –  un modo giusto o sbagliato per farlo; si dovevano soltanto mettere in fila i passi, uno dopo l’altro, con voluttà…

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