C’è un luogo buio dentro di me. Oscuro come l’interno della serratura, cupo come l’ombra sotto i passi.
Non è semplice assenza di colore, bensì mancanza di prospettiva: un buco nero in cui la luce converge e ne resta intrappolata. È un’oscurità turpe, sporca, non è il buio limpido della cecità, tanto meno una colpa da assolvere.
Il buio che abita in me divora tutto ciò che lo circonda. Non ha dimensione, né forma. Non è un vuoto, ma non ha nemmeno una massa. La tenebra che se ne sta annidata nel groviglio delle viscere non è un cancro, né un morbo. Non ha alcun legame di sangue con me. Eppure è figlio.
Lentamente, anno dopo anno, questo piccolo germe appesantito dai miei geni non si è fatto carne, ma carnaio. Ha mandato a marcire in profondità insondabili tutto ciò che gli passava accanto: visioni, fremiti, sogni. Li ha ingoiati come al culmine di un amplesso, ma senza voluttà. Si è fatto gola per rinnegare il ventre, e si è fatto tomba per dissacrare il seme.
Niccolò mi osserva torvo, seduto sulla poltrona di velluto grigio: “Per quale motivo la vita di qualcun altro dovrebbe essere più importante della nostra?” Abituato a seguire la linea retta della ragione, si trova spaesato di fronte alle circonvoluzioni dell’intuito. Quest’ultimo ruota su se stesso intorno al proprio asse mentre svolta senza sosta. S’attorciglia, inverte la rotta, si fa strada serpeggiando. Niccolò non è un tipo da onde; lui trova pace soltanto nella fredda stabilità di un piano. “Perché qualcuno dovrebbe preferire il tuo bene al suo?“
In lui ogni pensiero è un segmento delimitato da due punti fermi, immobili. È fissità che stride con il moto dei corpi celesti e con il perpetuo, ciclico rinnovarsi della vita su questa terra.
“Non è abnegazione ciò che vado cercando” intervengo stizzita, mentre l’ira raccoglie in gola le parole, le schiera come soldati. “Non ci sono le grate di una cella, né gli anelli di una catena nei miei disegni. Non proverei alcuna soddisfazione dal confinare in una gabbia un animale selvaggio. Vorrei che si avvicinasse per avermi accordato fiducia e che mi restasse accanto per il legame che è andato rafforzandosi tra i nostri cuori di randagi. Il mio – che è una puttana a cui tutti si rivolgono per un’ora di attenzioni per poi dimenticarsene in pochi minuti- è pure lui spaurito e diffidente, se ne sta rannicchiato sotto il costato e quasi si spezza ad ogni addio. È un cuore che nel tentativo di indurirsi si è scheggiato e ora è un cuore incontinente, trabocca.“
Non riesco a frenare la voce, condurla al silenzio. “È un cuore indifeso, senza più corazza. Permeabile. Pregno di emozioni asperse nell’aria e che lo penetrano per osmosi, senza alcuno sforzo, fondendosi a quelle germinate nel sangue. Questa mistura goccia dopo goccia si è fatta torbida, fondo di palude. Chi ci passa distrattamente accanto non vede altro che lordura e temendo di insudiciarsi ne prende le distanze.”
Niccolò si sporge in avanti appoggiando i gomiti sulle ginocchia e unendo le mani sotto il mento. I suoi occhi non sono più così distanti. Il buio dentro di me ingoia anche loro.
Al legislatore piace fare giochi sporchi, sentirsi sudicio, rimestare nel torbido con spirito da proctologo, grufolare fin dentro gli sfinteri. Al legislatore piace annunciare di aver raschiato il fondo del barile, di aver fatto il possibile per salvare capra e cavoli. Al legislatore piace succhiare, sentirsi la bocca piena, misurare la profondità della propria gola. Al legislatore piace ingoiare.
replica: “Guarda che le lussuriose finivano nei manicomi…” Prosegue “A Gesù non piacciono le donne di facili costumi. O no?” Lo scruto perplessa. Allora, mi mostra un’immagine sul telefono: un’iconografia grottesca di un Cristo con una pin-up in grembo. Sorrido.

di Pan è sempre stato una voce millenaria incrostata di magma, un ribollire di forze sotterranee, irresistibile. Lui apre la finestra e si affaccia per gettare oltre la siepe il nocciolo della pesca. Poi socchiude le imposte. Nella stanza vortica un profumo di gelsomino frammisto all’afrore di letame che giunge dalle cascine dall’altro lato del paese. Si avvicina con fare mesto e appoggia le mani sulla mia testa, sopra i capelli che si stanno infoltendo di filacci bianchi.
guardarlo ti vien pena per lui e ti sovviene di concedergli la precedenza in ogni dove, finanche alle casse del supermercato. E a forza di starci appresso, di cercarlo negli occhi della prima bestia in fregola che tra le lenzuola ha, sì, promesso le stelle ma che è sparita alle prime luci dell’alba, s’è rivelato un feticcio, un ammennicolo oggetto di ammirazione fanatica. Allora, lungi dal finire miseramente a peccare d’idolatria per una carcassa bovina sifilitica anziché per un vitello d’oro – il peccato va compiuto come dio comanda, altrimenti l’offende – del toro meglio venerar solo le pudende.
ripartiti, dopo il fine settimana trascorso in Canavese. Io me ne sto seduta in mezzo al prato, in un angolo riparato dalla siepe d’alloro e da un filare di camelie. Reggo tra le mani due libri, “L’amore ai tempi del colera” di Garcia Marquez, e “Passaggio in ombra” di Mariateresa Di Lascia. Quest’ultimo ho appena finito di leggerlo e sogno di fuggire con la stessa disperazione, la stessa sete d’amore della protagonista. Sogno di farlo a piedi nudi – forse per il rimando dell’erba tiepida che li solletica e ne fa arricciare le dita quando dondolo le gambe – e immagino di lasciarmi alle spalle tutta la mia vita sbilenca, mutilata e rattoppata. Ho da poco compiuto vent’anni e sono certa di non arrivare ai trenta. Se mi dicessero che non solo ci arriverò, ma li supererò abbondantemente, non ci crederei. Da appena un anno ho scoperto che cosa significhi “realmente” vivere con la SMA. E siccome la mente è troppo lucida per il dolore che gli si chiede di sopportare, ho pregato di morire. Non che lo voglia davvero, no. Quando gli steli d’erba stuzzicano i piedi scalzi posso perfino far orecchie da mercante all’eco di morte che porto in grembo.

concentrato su un’altra fica. Tuttavia, io – che la salute mentale ho barattato con la vena creativa, e che per natura sono geneticamente complessa – ti avevo creduto morto in un incidente d’auto, freddato da un fulmine mentre riparavi l’antenna in equilibrio sui tetti, perito per l’esposizione alle scorie radioattive durante una gita a Trino, in mezzo alle risaie del vercellese. Ho continuato a giustificare la tua assenza anche quando era ormai chiaro ai muri che ti stessi sbattendo un’altra, mentre io provavo a superare il lutto con il velo delle vedove in testa e l’album fotografico sul telefono trasformato in un tabernacolo.
Un’inezia. Il suo arrivo mi ha regalato un buonumore sferzante, la promessa di una settimana randagia, succhiata al midollo; la sua presenza è foriera di vagabondaggio, partenze improvvisate, espatri dal quotidiano. Sicché lei è arrivata ieri e oggi è già pronta – fresca come una notte di settembre a queste latitudini – a guidare la mia auto per accompagnarmi oltralpe.
noi siamo già oltre, nel bel mezzo di un incrocio dove iniziano a sfrecciare auto da tutte le direzioni, come fili di un ordito che si sta tessendo. E sempre in quell’istante, un’auto con a bordo due agenti della Polizia Municipale ci avvista. Uno di loro scende dall’auto e iracondo scarica addosso a Katarzyna tutta una serie di invettive finendo con il chiederle di accostare per poterle ritirare la patente. E qui entra in gioco il mio utilissimo culo poggiato su quattro ruote. “Io sono con persona disabile” esclama Katarzyna con la voce infuocata dall’ira. Allora, gli occhi azzurri dell’agente improvvisamente si pietrificano. Cerca di vedere aldilà del vetro oscurato, poi apre il portellone e si trova di fronte il mio sguardo implorante da gatta randagia strabica. Forse più per timore della Sfiga dell’Handicappata che per il fascino sortito dalla mia pupilla maliarda, l’agente desiste dall’intento. Ripartiamo.