Archivi categoria: focus on the Independent Living

Lei non è me…Ed io?

Sovente nel raccontare di me e della mia vita indipendente dimentico di essere cresciuta con una malattia neuromuscolare e di non essermene mai affrancata in tutti questi anni.

Certo, l’Amiotrofia Spinale è parte di me, tuttavia non l’ho mai vista come un’appendice, né tantomeno come l’integrazione tra corpo e morbo. No, non è mai stata me. L’ho sempre vista più come un alter ego, anziché come l’ideale gemello siamese a cui sono unita dalla nascita. Uno sdoppiamento.

Perché c‘è una Tania malata e c’è una Tania che dimentica di esserlo. Quest’ultima vive da sola, aiutata da un’assistente personale; progetta, si arrabatta per sbarcare il lunario, scrive per passione e per pagare le spese condominiali, coffee-690421_1920viaggia per sentirsi libera e si getta a capofitto nella fiumana per diletto e per curiosità. L’altra, quella con il gene mutato, trascorre settimane chiusa in casa per guarire da un’infezione respiratoria, usa una macchina per tossire e un’altra per la ginnastica respiratoria; perde peso ad ogni influenza e sa che la vita non è mai un percorso dato per scontato e che tutto può cambiare con la stessa rapidità di uno sbattere di ciglia. A seconda delle circostanze, una è dominante, l’altra recessiva.

C’è un momento in cui le due s’incontrano. Una frazione di secondo. E non se ne accorgono. Credo succeda perché sono l’una l’immagine speculare dell’altra e quando si osservano, ciascuna crede di vedere se stessa. Per poter conservare memoria dell’altra devono, in qualche modo, opporsi. Pur esistendo contemporaneamente, seguendosi alla stregua di un’ombra. Ci sono momenti in cui mi ricordo di avere una compagna di viaggio simbiotica, ma sono momenti che non amo ricordare.paper-dolls-14611_640

Perciò preferisco pensare a similitudini più edificanti: all’iride che dà le giuste sfumature allo sguardo, alla somiglianza tra l’impiegata comunale e Stalin – più per i baffi che per il dispotismo – alle gocce d’acqua; al mio culo e al resto del mio corpo sui piatti di una bilancia; alle ciliegie dentro un canestro, alla somiglianza tra la pazzia e la creatività; alle ore della noia, ai discorsi ridondanti, alle mani…

Se il sesso svelasse l’Universo?

Torno a scrivere su queste pagine dopo un’assenza di qualche mese. Non vi racconterò dei motivi della mia lontananza, né delle cicatrici che ancora conservo.

Vi svelerò, invece, di aver sperimentato la mia vena narrativa e l’intimità delle mie visioni erotiche. E non vi terrò nascosto, nemmeno, di averlo fatto su Loveability.it, sito web gestito dall’amico Maximiliano Ulivieri e che forse molti di voi conoscono.

La scrittura mi è stata d’aiuto in molteplici circostanze; la penna ha scandagliato gli abissi del mio spirito, più di quanto avrebbe fatto qualsiasi altra forma di contemplazione e di analisi.

Pertanto, desidero metaforicamente battezzare il mio riavvicinamento al blog e il sodalizio con Loveability, proponendovi lo scritto che più ho a cuore.


“E se il segreto dell’Universo avesse a che fare con il sesso?” ci si domanda nel lungometraggio dedicato alla vita dell’astrofisico Stephen Hawking. Considerato il flusso di eventi che ha segnato la mia vita, potrei affermare di essermelo chiesto anche io, più di una volta.

Talvolta salgo all’Osservatorio astronomico, lungo la strada ombrosa che s’inerpica sulla collina tra le abitazioni lussuose e il fogliame fitto. Mi sento un pellegrino che risale la china per raggiungere l’eremo. E, curva dopo curva, mentre si cominciano a intravedere le cupole dell’Osservatorio, il pensiero dell’intimità sperimentata con il cielo si trasforma in una fissazione: dal creato al Creatore, dal Big Bang al coito, l’origine del Tutto.

Vi ho raccontato degli anni maledetti, dell’infanzia scivolata fuori dal sesso acerbo di bambina e lasciata maturare tra le cosce, come un aspro gheriglio di noce ricoperto dal mallo o come un feto ravvolto nella placenta. L’incubazione è, in fondo, crescita. Quel tempo è lontano ormai, eppure ne ricordo il tremore di uccello implume, il miraggio e la seduzione del volo, la frattura irregolare sul guscio dopo la schiusa, l’albume mischiato al sangue che ha battezzato il mio ingresso nell’adolescenza. Il primo sangue. Il dolore che ha aperto la strada al piacere. Come la marea, la prima mestruazione ha riempito il ventre di fluido tepore e poi lo ha riversato fuori dalle carni, in quel fazzoletto di continente sottomesso all’influenza della luna. Il sangue scandiva i mesi ed io mi avvicinavo all’età adulta con passi lunghi e svelti.

Sempre in quegli anni, ho scoperto l’ascendente che esercitavo su taluni, uomini perlopiù, un oscuro, misterioso interesse risvegliato come per gioco. Uno di loro, in particolare, mi sovviene ogni qualvolta ripenso a quell’epoca antesignana. Lo vedevo un paio di volte a settimana, sempre alla stessa ora. La mia famiglia lo aveva assunto per aiutarmi a tenere allenati gli scarni muscoli già indeboliti dalla malattia. I trattamenti duravano sempre più del previsto, e dalla porta chiusa della stanza in cui lui non voleva ci disturbassero, si udiva solo un persistente, denso silenzio. Nessuno ha mai osato violare quel divieto, oltrepassare l’uscio. Nessuno ha mai nemmeno indugiato dietro la porta, origliato, atteso che giungesse un invito ad entrare o, semplicemente, che si riuscissero a distinguere rumori e voci all’interno della stanza. table-443803_1920

Perché la stanza era un luogo sacro, il tempio destinato a un culto, uno spazio consacrato al sacrificio. Sopra il grande tavolo su cui lui mi faceva sdraiare, il mio corpo bruciava come l’incenso dentro il turibolo. E sempre sulla dura superficie del tavolo in legno di ciliegio, il sottile sigillo alla mia inviolabilità si era spezzato come l’ostia tra il palato e la lingua. Ricordo che al principio ho provato fastidio, un’avversione nauseante al divenire adulta.

Sopra il tavolo era sempre adagiata una lunga tovaglia bianca di lino: ne ricordo il tocco fresco sulle cosce, e ricordo che quando lui le dischiudeva, la pelle sfregava la stoffa ruvida e il fastidio avvertito sull’epidermide si confondeva con quello percepito dalla mente. E ricordo il giorno in cui, dopo aver sollevato la tovaglia in modo da non sporcarla, mi aveva trascinata verso di sé sulla superficie fredda del tavolo, prima di spingere la mano ad esplorare la mia verginità.

“Matilde, nessuno capirebbe. Resti il nostro segrecandle-110724to!” Confidando nel mio silenzio aveva tentato una carezza, come se questo fosse stato sufficiente a farci sentire complici. Lo aveva fatto con vergogna, tentennante. Poi era uscito dalla stanza e dalla mia vita. Avevo tredici anni e, in modo del tutto inatteso, stavo scoprendo il potere del corpo. Del mio corpo, impigliato nel groviglio esistenziale che mai nessuno, fino a quel momento, era mai riuscito a dipanare.

Leggilo su Loveability.it

Chi nel bilancio si sbilancia…

Odio fare bilanci, soprattutto se si tratta di valutazioni relative all’anno appena trascorso. Un manipolo di stagioni che la mia mente ha risucchiato come fossero linfa, nutrienti insostituibili. Qualcosa che non c’è più ma che, in fondo, non è mai scomparso, perché è stato assorbito dal sangue, ne ha permeato ogni cellula, l’ha sfamata e ne ha impresso la memoria, sicché d’ora in poi farà parte della sua vita. Fino alla morte o fino all’oblio. Ma che ne è stato di quelle stagioni?

Due anni dall’inizio della mia Vita Indipendente, ventiquattro mesi di passi – reali, un piede dopo l’altro – verso l’agognata autonomia. Una convivenza sepolta, un’altra germinata. Un amore consumato sul finire del giorno, il sesso sperimentato per sperimentare il corpo e far volare la mente. Sì, perché se i pensieri si fanno leggeri, anche la forza di gravità si fa lieve, rinuncia ad appesantire gli arti, lì libera nell’aere. E quando cala la notte e le ombre si fanno dense come inchiostro, il piacere scalza la paura, la piega al suo volere.

Il secondo anno nella nuova casa, qualche pezzo d’arredo in più a distinguerla: uno specchio, un divano, un lampadario… Poco alla volta la casa sta assumendo le sembianze che avrei voluto attribuirle. Lentamente.

Dsmiley-150658_1280ue anni di Vita Indipendente. C’è chi mi ha domandato, con vivo interesse, tra una sigaretta e l’altra: “Come ti trovi nella nuova casa?

Eh…Come mi trovo? Mi chiamo! E se non mi sento, mi faccio squillare il telefono… 

La gonna di legno.

Come in un’altra storia – quella di evangelica memoria, forse meno autentica ma, di certo, più famosa – l’avere un padre falegname non è un fatto scevro di conseguenze.

Posso dire, con una punta d’orgoglio, di essere cresciuta abituandomi a forgiare ciò che la Natura aveva dimenticato, e a far di necessità virtù nel costruirmi, come fa il falegname da un pezzo di legno, qualsivoglia strumento in grado di rendermi libera. Così ho modellato la mia disabilità sui miei desideri, trasformato l’handicap in uno stimolo all’indipendenza; ho dato forma al destino.

Certo, in taluni frangenti il legno si è rivelato una presenza ingombrante – che dir si voglia, il falegname ha brillato d’iniziativa ma peccato in stile – come, ad esempio, accadde  quando, trent’anni or sono, chiesi a mio padre un abito con la gonna scozzese in regalo, e lui rispose con concitazione: “Te lo faccio io di legno!” aggiungendo in coda all’enfasi: “Che, almeno, ti tiene più dritta…” Con il senno di poi ad accettarne l’offerta ci avrei guadagnato, tuttavia, lì per lì, misi su un’espressione talmente corrucciata che anche quando il volto mi tornò disteso pareva ci fosse la mappa del Turkmenistan stampata sulla fronte. 

In età scolastica, poi, la produzione lignea raggiunse il suo massimo splendore: rialzi da infilare sotto il banco quando seguivo le lezioni in piedi per allenare la muscolatura, leggii di diversa altezza, custodie per matite, righelli, goniometri e squadre. Sempre in quegli anni, videro la luce i condomìni per Puffi – rigorosamente a forma di fungo -, gli ostelli di Barbie e il teatro delle marionette.

Come ho detto, l’avere un padre falegname ha un certo peso. Ma lui lo ha reso leggero, ne ha mitigato le responsabilità. Gli devo molto, per ogni anno trascorso, per ogni fardello sollevato al posto mio, per tutti i ceppi trasformati in burattini.
Perciò questo Natale lo dedico a lui. E non aggiungo altro.

Sorry, are you a cripple?

In coda alla cassa del supermercato. Una donna discute animatamente con la figlia. Quest’ultima si è infatuata di un amico virtuale, conosciuto su un social network. Non si sono mai incontrati. La madre incalza: “Tu quel ragazzo non lo hai mai visto…Ekeep-calm-and-go-shopping-2782 se poi è zoppo? E se è storpio? Che orrore!”

Poi, voltandosi, mi sorride e mi invita a passarle davanti. Ma rifiuto il diritto di precedenza alla cassa prioritaria: “No, grazie. Preferisco stare in coda. Sa, mi sto innamorando di sua figlia…

 76

Is there any problem?

Ore 20.00. Alle prese con la cottura della cecìna per la serata Madrina-Figlioccia, ricevo una telefonata da un call center. Tengo a far notare che preparare una buona cecìna è un po’ come eseguire un intervento di microchirurgia: serve polso fermo e sangue freddo. Perché la cecìna l’è subdola! La ricetta potrebbe trarre in inganno: farina di ceci, acqua q.b. olio e sale. Tuttavia, è quel “q.b.” a fare la differenza. Troppo la annacqua e troppo poco la pietrifica. Per non parlare della cottura in forno che va monitorata come si fa con le funzioni vitali di un paziente in sala operatoria. La mia prima cecìna, riecheggia tra le memorie storico-canavesane, è l’apotropaion delle massaie, la temuta alternativa all’andare a letto senza cena dei bambini capricciosi;  si narra che il suo ricordo venga addirittura usato a scopi motivazionali con chi pensa d’esser nato sotto una cattiva stella. Quindi, possiate comprendere la delicata situazione in cui mi trovavo.

Ma torniamo alla chiamata dal call center: “Buonasera sig.ra, chiamo dall’azienda […] per conto di […] avrei piacere di offrirle…”

Lancio uno sguardo alla teglia dentro il forno, e con un cenno della mano invito la mia assistente a fare altrettanto. Ogni minuto che passa può essere fatale.

Hello! Let’s do fast, please. I’m very busy!” Intanto sollevo gli occhi all’orologio appeso al muro.

Dal telefono si ode un lamento, un’emozione malcelata: “Ehm, ehm…hmm…ehm, You…You…Do You…Do You speak Italian?” keep-calm-cuz-there-s-no-problem

No, sorry…” (La finta voce affranta è il mio cavallo di battaglia. Sono subdola come un pelo di gatto infilato tra le maglie di un cardigan. O come la cecìna nel forno.) Silenzio. Poi quello che sembra un sorriso imbarazzato: “Ehm, ok…ehm, ops! Ok…Good night…

Cazzo! Mi hai strappata alla mia creatura per un “Buonanotte”? Infierisco: “Oh! Here it’s morning…

Altro silenzio. Infine una risatina che nulla ha da invidiare all’isteria: “Ah…ehm, ah…” Sopraffatta, non le resta che tagliar corto con un “Bye, Bye!” e poi riagganciare.

La domanda ora è d’uopo: quanti mesi in un centro di Salute Mentale le avrò regalato?

Non parlarmi, sto morendo!

Quando mi ammalo il mio equilibrio mentale resiste, al massimo, due giorni. Dopodiché divento quanto di peggio si possa attribuire alla natura umana: irascibile, insofferente, nichilista, lagnosa, insopportabile… ma, soprattutto, finisco per rischiare la disidratazione per via della dovizia di lacrime. Indi per cui, oltre ad avere, naturalmente, gli occhi arrossati e gonfi come quelli di una rana dalmatina che ha appena fumato oppio, prosciugo letteralmente le risorse idriche del mio corpo. L’immagine che meglio rappresenta il fenomeno è – contro ogni aspettativa di sex appeal – quella della prugna secca,  raggrinzita e inaridita. Dal terzo giorno di malattia, la fortuna delle multinazionali dei prodotti in carta dipende in buona percentuale dai miei disturbi dell’umore. In quei giorni, infatti, il consumo massiccio di fazzoletti, veline, carta assorbente ne fa lievitare le quotazioni in Borsa. Ebbene, che dir si voglia, il rischio di un’inondazione, in virtù di tali fatti, è tutt’altro che fantascientifico. Tant’è che stamani, al telefono con un’amica – la quale, in vista di una visita pomeridiana, chiedeva se avesse dovuto portare il mocio – mi è tornato in mente un vecchio spot televisivo che nell’iperbole pubblicitaria faceva domandare a un gondoliere: “Chi gà sugà el canal?” Allora, in virtù della maggiore efficacia, ho prontamente replicato: “Meglio un deumidificatore!”

Insomma, negli ultimi quindici giorni mi sono ammalata due volte e, a prescindere dall’insana idea che un germe si sia innamorato di me, ho dovuto assumere una tale quantità di antibiotico che tra le cellule del mio corpo credo si stia consumando un olocausto. Sono una portatrice sana – ehm, si fa per dire – di morte.

Odio ammalarmi! Odio dover fare i conti con l’aspetto più fastidioso della SMA, l’esposizione a un rischio di complicazioni esponenzialmente maggiore a quello di molte altre persone. Odio – e quando dico odio intendo il sentimento nudo e crudo nella sua forma più caustica ed esiziale – dover restare chiusa in casa per evitare possibili aggravamenti, rinunciare ai sabato sera mondani, agli appuntamenti programmati da mesi. (Nel caso non ve ne foste accorti, sto declinando verso il vittimismo. La sola attenuante è la claritromicina).Orsola

Allora, mentre mi mangio il fegato – il che mi fa pure un po’ schifo – e mi compatisco, passo il tempo scrivendo e fantasticando di ricevere qualche notizia in grado di alleviare il peso della reclusione, di offrire al livido perire un’agognata liberazione. L’iconografia dei miei malanni di stagione mi rappresenta esangue, con il volto emaciato, prossima a spirare. In attesa della luce. Sicché attendo come nel Martirio di Sant’Orsola del Caravaggio gli astanti attendono la morte della santa.  E le notizie per arrivare arrivano:

una contravvenzione per aver sostato in un parcheggio con divieto di sosta 0-24

una lite tra due condomini per la pulizia delle scale, conclusasi con la decisione di fare pagare una quota più alta a me che abito a piano terreno e – per ovvi motivi – le scale non le uso mai.

il bollettino parrocchiale che mi invita a ricordare le date per le confessioni.

Come ho detto, le notizie per arrivare arrivano. Solo che non sono proprio come me le aspettavo…

La parola ha un corpo di donna…

ma spero non abbia il mio!

L’invito a parlare del mio romanzo, Nuda Pelle, in occasione della Fiera del Libro di Porto Viro, mi aveva gettata nel dubbio, sperduta come un’anguilla polesana tra le secche: accettare l’invito oppure no? Perché io so, con imbarazzante consapevolezza, di essere programmata per lo spegnimento dopo un certo periodo di inattività, proprio come un elettrodomestico in modalità “Risparmio Energetico”. E, di fatto, avendo scritto il libro diversi anni fa, alla promozione ne avrei preferito il suicidio assistito. Tuttavia, a dipanare i dubbi, conducendomi a una scelta, ci ha pensato lo spirito da negoziatore  – lo stesso che in tenera età mi portò a contrattare una lunga lista di benefici in cambio del mio silenzio circa le confidenze giunte alle orecchie durante i pomeriggi trascorsi da nonna, la quale gestiva un distributore di carburante, ed era solita farmi fare merenda seduta tra la pompa della benzina e quella della miscela. Sicché ho accettato, in primis per l’amicizia e la stima che mi lega a Marialaura Tessarin, Assessore alla C
Cultura del Comune, e, infine, perché ero riuscita a farle promettere che avrei potuto accennare al blog dopo la presentazione del libro, giungendo finalmente a parlare di Vita IndipendenteNuda-pelle-di-Tania-Bocchino_su_vertical_dyn

Così siamo partiti, i miei due assistenti ed io, in una fredda e piovosa mattina di novembre. La mia auto ha il vantaggio di contenere, in uno spazio limitato, un’ampia fetta di Universo, con la Via Lattea più qualche altra galassia superflua che spingiamo a forza dentro l’abitacolo, giusto per scongiurare di restar senza provviste (casomai giungessero pestilenze, carestie e altre calamita naturali). È risaputo, infatti, che durante il viaggio io consumo più zuccheri di quelli consumati da un ciclista in gara per la maglia rosa durante tutte le tappe del Giro d’Italia. Quindi, principio inalienabile è la presenza di cioccolato, biscotti con confetture varie, patatine, cracker al sesamo, al mais o alle olive purché senza sale in superficie, focaccine soffici con o senza farcitura, e infine bevande ipercaloriche che in caso di rimorso – il che avviene una volta ogni due anni bisestili – sostituisco con la versione light.

Comunque sia, intruppati tra le vivande, siamo giunti a destinazione. Parcheggiata l’auto di fronte alla locanda nella quale il Comune aveva riservato una camera per me e per i miei assistenti, ci siamo diretti verso l’ingresso. E lì, davanti a un’ampia vetrata, abbiamo trovato ad attenderci…l’uscio serrato! La locanda era chiusa, ma un foglio affisso alla porta invitava a comporre un numero di telefono per informazioni. Dopo una veloce ispezione sul retro dell’edificio, casomai vi fosse una seconda entrata, tentando financo di scassinare un paio di porte e di suonare un interruttore di corrente credendo fosse un campanello, abbiamo dovuto ammettere che la locanda era, senza ombra di dubbio, chiusa. Sicché ho preso in mano il telefono e chiamato il numero indicato: <<Buonasera, dovremmo pernottare, siamo fuori dalla locanda… >> E una voce maschile dal timbro caldo e gentile ha risposto senza esitazioni: <<Arrivo in cinque minuti! GRASSIE!>>.

Se mai ve ne fossero stati, non vi erano più dubbi che fossimo in Veneto!

D’altra parte, avevo già annusato una pallida certezza nel momento in cui, nei pressi di Verona, la mia assistente – che in più occasioni si era definita una che le inflessioni le assorbe come una spugna – aveva iniziato a chiamarmi “vecia”...E lo aveva fatto con la stessa nonchalance di quando, usciti dal traforo del Frejus, il suolo francese le aveva messo addosso una frizzante voluttà francofona, e da quel momento fino al ritorno in Italia era stato tutto un “Oui”, “Merci beaucoup”, “Excuse moi”.  poster-a3_08-ott-723x1024

Ma dicevo di Porto Viro e della presentazione del libro. L’appuntamento era dentro la sala conferenze della Biblioteca comunale, non molto distante dalla locanda, ma il navigatore, dopo la prima rotonda all’imbocco del paese, si era impuntato a dirci che ci eravamo smarriti nel nulla: metà mappa urbana per lui non esisteva. Quel bieco occhio satellitare ci dava per dispersi! Sicché ci siamo arrangiati, facendo della mia proverbiale faccia da culo una bussola infallibile. E siccome codesta faccia, che ci ha indicato la strada evitandoci di circumnavigare il globo, ha finito con l’infondermi tanta sicurezza, me la sono portata appresso per tutta la serata.

Tuttavia, il pubblico mi ha fatta sentire a casa, accogliendomi in modo del tutto inaspettato. Ho avuto la sensazione di essere in famiglia, benvoluta. La serata è proseguita finché alla domanda: <<Di che colore immagini il tuo futuro?>> a rispondere è stato lo stomaco con una confessione corale: <<Rosso pizza!>>. Allora, tra coloro che erano presenti in sala, è serpeggiato un mormorio, fino a che qualcuno, in un empito di compassione, ha esclamato: <<Marialaura, portala a cena!>>. A quanto pare, la fame mi precede…

Seduta!

La leggenda metropolitana vuole che da bambina io fossi mite e docile, ma nell’attribuirmi siffatto spirito di abnegazione non dà merito alle fantasiose turpitudini del seme di Satana che incarnavo pur se dipinta come la Madonna dell’Umiltà di Gentile da Fabriano. Ogni racconto della mia infanzia finisce sempre dove è iniziato: se comincia con me seduta su una poltrona, finisce con me seduta sulla poltrona; se comincia con me seduta su una sedia con il sedile sfondato e lo schienale sbilenco tenuto su da una vite arrugginita a cui basta un soffio di vento per farlo crollare, finisce con me seduta sulla stessa sedia che, pur se prossima allo sfascio, non ha subito il benché minimo danno e rimane lì a farsi beffe del rigattiere, stoica e orgogliosa come un veterano al pensionamento. In un modo o nell’altro, infatti, la narrazione giunge costantemente a millantare una mansuetudine al limite della letargia.

Tuttavia, com’è chiaramente comprensibile, la ragione per cui mi ritrovavano sempre nello stesso posto in cui mi avevano lasciata era ben lungi dal riflettere una presunta vocazione…anche perché, in quel caso, sarebbe stata d’uopo una visita psichiatrica o al limite un esorcismo.

Ebbene, quando mio padre e mia madre si rassegnarono a comprarmi una sedia a rotelle, io provai la stessa meraviglia di colui (o colei) che inventò la ruota. Ecchecazzo! Finalmente potevo arrivare al frigorifero a rubare la maionese all’ora del coprifuoco, ovvero quei sessanta minuti prima di cena nei quali rovinarsi l’appetito con un cracker era considerato vilipendio alla bandiera, figuriamoci ingurgitare un tubetto di maionese con la stessa foga con cui un asmatico si avventa sul broncodilatatore.

Ma dicevo dell’emancipazione, finalmente potevo muovermi a fianco degli altri e non più in braccio ad uno di loro! Non ci sarebbero mai più state scarpinate a cavalcioni su qualche dorso o fianco che si prestasse a farmi da marsupio; non avrei mai più dovuto gettare le braccia intorno al collo di qualcuno per attraversare il salotto o per uscire sul terrazzo, aggrappata a lui come un koala al ramo. Inoltre, crescendo ho potuto sviluppare la percezione di me in uno spazio ben più ampio del metro quadrato che occupava la sedia. Soprattutto non sono mai più stata dimenticata in qualche luogo…Screen-Shot-2014-05-11-at-9.05.54-AM seduta su qualche trabiccolo; nessuno è più venuto a recuperarmi in palestra dopo che, terminate le due ore di matematica, si era accorto che non ero tornata in classe alla fine dell’ora di educazione fisica, nessuno mi ha più dimenticata sull’autobus per poi venirmi a recuperare al capolinea, o scordata accanto alla salma della prozia Pia, che pia non era perché, a furor di popolo, pare che avesse gli sfinteri più famosi di tutto il paese e che riuscisse a fare certi giochi di prestidigitazione facendo sparire ortaggi e finanche grosse spole destinate al telaio,  senza alcuna distinzione tra filati pregiati e scarti di filatura….

La mia sedia con le ruote è stata il precursore della Vita Indipendente. All’epoca in cui la filosofia promotrice dell’assistenza indiretta autogestita non era ancora approdata in Italia, la seggiola in questione ha svolto un ruolo liminare a quello dell’assistente personale (a qualcuno non venga in mente, ora, di rivolgersi all’Ispettorato del Lavoro per denunciarne la mancata assunzione!).

L’introduzione, sul piano sociale, della figura dell’assistente personale ha rappresentato un’importante evoluzione, il riconoscimento del valore dell’indipendenza.

Ecco perché reputo grottesco il fatto che nel nostro Paese non si investa più nella Vita Indipendente che nell’istituzionalizzazione, e si fatichi a considerare l’assistenza autogestita un modello di welfare migliore del ricovero nelle RSA*, giacché la Vita Indipendente è l’unico modo per garantire dignità e pienezza ad un’esistenza che altrimenti, confinata in una Casa di Cura, non si spingerebbe più in là della mera sopravvivenza. 

*Residenze Sanitarie Assistenziali

Marchette condominiali

Rincasi in un pomeriggio assolato e tiepido di fine ottobre; il riverbero del sole sul parabrezza rimanda il pensiero a taluni chiarori estivi abbacinanti che fan sentire rassicurati e, a dirla tutta, quasi letargici. Sulla strada davanti casa incontri l’amministratore del piccolo condominio in cui vivi. Lo saluti, lui ricambia il saluto in toni frizzanti saettando dentro l’auto parcheggiata accanto alla tua.

“Ti ho messo in buca il bilancio consuntivo delle spese dell’anno scorso!” annuncia, sorridendo, con fare allegro di ape che ha appena impollinato un campo di papaveri. E quel sorriso è talmente pregno di significati che nell’estrapolarne uno a caso chiunque saprebbe di avere una possibilità di errore che si aggira intorno al 99%, ma tu NO! Tu sei sicura senza alcun beneficio di alcun cazzo di dubbio che quel sorriso significhi “Tranquilla, i tuoi consumi sono i più bassi del quartiere” perché, in fondo, vivi sola, con un vasetto di yogurt ci fai merenda due giorni, riscaldi l’acqua per il tè nel microonde, accendi la lavatrice dopo il tramonto scegliendo il lavaggio rapido, e tutti i tuoi ospiti sanno che se dimenticano aperto il rubinetto dell’acqua subiranno pene corporali che spaziano dall’uso del cilicio alla flagellazione.

Così ti avvicini alla cassetta delle lettere con un’aria di beatitudine stampata sulla faccia, mentre un raggio di sole ti disegna un’aureola sui capelli. Recuperi il dossier, lo sfogli – lasciando riecheggiare tra le sinapsi un canto corale di voci bianche dal timbro cristallino – e quando leggi l’ammontare delle spese ti esce dalla laringe un accordo come di canto archetipico, una sorta di ode alla fertilità sintetizzata in un “Cazzo!” in odore di preghiera.  La tua morigeratezza è stampata a tre zeri, nero su bianco. Passi la prima mezz’ora cercando di convincerti sia un errore di stampa, poi un’altra mezz’ora tentando di convincerti sia un errore di calcolo, e infine trascorri un paio d’ore a passare in rassegna fantasiose alternative di suicidio quasi tutte svalutate da remunerativi propositi di meretricio. E sì, anche questo è Vita Indipendente! Tutto questo: dall’avere un debito elevato al cubo per aver usato il riscaldamento come un surrogato del sole tropicale, al pianificare qualche marchetta per estinguere le spese condominiali. Invero, anche questo è garanzia di pari opportunità!