Nata nel corpo di un uomo.

La storia di Stefania , oggi in edicola su F di Cairo Editore. Naturalmente, scritta da me. Foto di Mauro Di Gregorio.
Se volete leggere l’intero articolo non vi resta che fare un salto in edicola! 🙂

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F N.48

L’altalena.

Sotto una luce al neon fredda come questa stagione, l’immaginazione spazia dagli sterili confini dell’ufficio agli scenari nebulosi dell’avvenire. Come potrei desiderare di fare l’amore soltanto durante l’ora d’aria delle uscite programmate, fuori dalle mura di un ghetto?

La voce del mio interlocutore mi riporta alla realtà: “Ha mai pensato all’istituzionalizzazione?” mi domanda con voce pacata e gentile il direttore del Distretto Sanitario. Se ne sta seduto su una sedia foderata di pelle nera, e mi guarda attraverso le spesse lenti degli occhiali che indossa con eleganza. Ha lineamenti piacevoli, un che di “bello” che si adatta alla mutevolezza delle circostanze e che non stride con le espressioni austere, né con la morbidezza del sorriso.

cop-1015984_1920Mi sta chiedendo se io abbia mai pensato a trascorrere la vita in un istituto per la lungodegenza. Un istituto per persone non autosufficienti. E aggiunge: “Sarebbe più semplice…” Mi parla con naturalezza e la voce fa eco alla sicumera di chi è abituato ad avere l’ultima parola su tutto; fiera – com’è giusto sia – del potere che detiene. Ha accavallato le gambe e appoggiato con solennità le mani sulle ginocchia. Nella stanza angusta, dove una commissione sta soppesando il mio futuro sui piatti di una bilancia, decidendone il valore, monetizzandolo, risuona quel suo: “Sarebbe tutto più semplice.”

No, non sarebbe più semplice! Non lo sarebbe per me che finirei con l’usare la toilette ad orari prestabiliti e quando il personale di assistenza è disponibile, anziché quando il mio intestino e la mia vescica reclamano il sacrosanto diritto di precedenza su qualsivoglia urgenza altrui. E non lo sarebbe per il nostro paese che, invece di finanziare l’indipendenza di una sua cittadina, si ritroverebbe a pagare più del triplo per il confinamento della stessa in un ospizio. Sì, perché di un ospizio si tratta, anche se ora va di moda il termine Rsa, che una mente candida potrebbe addirittura pensare sia l’acronimo di Royal Scottish Academy, finendo con il credere che di una borsa di studio si stia parlando.

Direi che “semplice” non è affatto l’aggettivo appropriato. A meno che la comodità di servire pasti ogni giorno alla stessa ora, con la ripetitività di una catena di montaggio, sia considerato più semplice dell’assecondare il desiderio di mangiare quando si ha fame, anziché quando altri decidono che tu debba mangiare.O che spegnere le luci nell’intero reparto sia ritenuto più proficuo di quell’individuale andare a letto quando si ha sonno che è, a tutti gli effetti, sinonimo di libertà.

Poiché “semplice” sta all’istituzionalizzazione come il rosso e il verde stanno al daltonismo. Non riesco a concepire una vita da reclusa. Non posso mutilare la mia immaginazione costringendola ad assopirsi entro i confini di una cella. E, tantomeno, voglio dover chiamare quella cella, “casa”.

Non posso pensare che farei l’amore soltanto durante l’ora d’aria delle uscite programmate, o sopra un lettino con le sponde e il materasso antidecubito che ondeggia come un veliero tra i marosi. O nelle palestre deserte, nelle silenziose notti geriatriche, come si faceva ai tempi dei ricoveri per la riabilitazione, negli anni d’oro della mia adolescenza. O, magari, sopra il carrello dei medicinali, tra un lassativo e una confezione di garze sterili, o appesa al sollevatore dall’aspetto e funzione simile a quella del più noto aggeggio ludico chiamato “altalena dell’amore” o Love Swing per gli amanti anglofoni. Oppure vestita da Oss dopo aver rubato una mascherina chirurgica e un paio di guanti monouso in lattice, o forse dentro la vasca per l’idroterapia, sostenuta dall’acqua con la minore forza di gravità che rende più facili i movimenti…

Hmm, queste fantasie stanno diventando allettanti! Quasi quasi chiedo che mi ricoverino…

10 novembre 2015

D’accordo, ragioniamo. Se questo letto potesse parlare, bestemmierebbe! E non lo farebbe con il leggendario turpiloquio dei portuali, no! Bestemmierebbe con grazia, scaraventando imprecazioni dai dolci effluvi di lenzuola fresche di bucato e soffici come guanciali, lungo le diagonali della stanza. Imprecherebbe per le unghie della gatta che graffiano il materasso, per le geometrie dei corpi che non sono mai gli stessi perché non si è pronti ad assumersi l’impegno di restare a lungo nello stesso posto, tra le stesse braccia. Bestemmierebbe per le pieghe in ombra sotto la biancheria a catafascio, in attesa che giungano mani a riordinare, per le scuse che risuonano come inganni,  subdoli appigli che tralasciano ingenuamente i più semplici dettagli.

Lui mi volta su un fianco e mi stringe in un abbraccio come a fermare il tempo. Confesso: <<Sei il regalo più prezioso che ho ricevuto!>>

<<Per gli anni che tu conti al rovescio?>>

<<Sì, anche. Ma più per gli anni che non contano.>>

Non ricordo un novembre caldo e assolato come questo. Il clima è quello idoneo alle performance amorose del vicinato, lasciate intendere dai sospiri che oltrepassano la finestra aperta, nelle prime ore del pomeriggio, e dai richiami al cane che giungono languidi dalla camera da letto. È il clima perfetto per vedere apparire sul balcone l’inquilino del piano di sopra, avido di chiacchiere, un cecchino appostato dietro i gerani appassiti, tra la ringhiera e le fioriere, in attesa di vedere comparire un volto noto nei dintorni per attaccarci un bottone interminabile. Questo novembre estivo è ideale per udire l’ira della dirimpettaia che trafigge il marito con coloriti insulti per l’eccessivo sale nella pasta al pesto, e per vedere poi il povero Cristo vagare come un’anima in pena da una stanza all’altra con il volto costernato e in religioso silenzio.

È la temperatura adatta alla resurrezione delle zanzare, credute morte e sepolte nel carnaio di Ognissanti e, invece, miracolosamente vive e vegete. E bastarde.


La goccia che fa traboccare…il vaso.

Quand’è squillato il telefono, la gatta – che sonnecchia sopra il divano, in salotto – ha dischiuso svogliatamente le palpebre e alzato la testa con fastidio, com’è solita fare quando rivendica la discendenza divina e rimpiange i tempi in cui l’Egitto era patria di faraoni. Ma benedetta figlia di Ra!

Al terzo trillo rispondo. Una voce virile, roca come da postumi di tabagismo selvaggio, mi investe: “Ho letto che cerca un’assistente. Mi dica!”

“No, mi dica Lei!”

Ruggisce, forse per schiarirsi la gola. Poi, attacca: “Io sono una OSS. Una professionista, insomma. Non una badante…” mentre la voce scema verso un tono di disgusto.

Incalzo: “Qual è il suo nome?”

“Sono Rosa. Ho 58 anni.”

Spiego a grandi linee quali sono le mansioni e le abilità richieste, e tutto ad un tratto una domanda ben scandita, seguendo la traiettoria di un proiettile, penetra il mio orecchio e raggiunge il timpano: “Lei è incontinente?” piranha-303345_1280

Sollevo lo sguardo sul pianoforte e deglutisco, come a ingoiare l’incredulità: “Mi scusi, credo di non aver capito.”

E, allora,  la voce raspante di fumatrice incallita esplicita: “C’ha il pannolone?”

Respiro a fondo e, dopo aver pizzicato un lembo di labbro tra i denti, avvicino il telefono alla bocca affinché non si perda nemmeno un accento delle mie parole.


Innanzitutto, complimenti per la professionalità! Senza farne vanto, posso affermare di avere il controllo completo degli sfinteri, anzi potrei consigliarLe qualche esercizio per l’incontinenza verbale di cui soffre. Oltretutto, è chiaro che le parole anziché dall’ugola Le escano da ben altro orifizio. 


Questo è ciò che mi attraversa i pensieri, come un lampo. Tuttavia, sintetizzo: “Lo avrai tu il pannolone, stronza! Ché vista l’età, se riesci a stare in coda per il bagno senza inumidirti le mutande puoi credere nei miracoli.” 

     largeSto diventando insolente, non v’è dubbio. In ogni caso, l’assistenza alla persona non è un lavoro facile. Ma come scrissi tempo addietro, sovente mi chiedo chi sia realmente l’assistito e chi l’assistente.

Si susseguono episodi di dubbia natura. Dal giovane architetto che, volendo gettarsi in un’esperienza lavorativa diversa, si candida come mio assistente, esordendo con: “Certo, poi devo capire quale sia la sua disabilità, ma visto che mi ha risposto al telefono…sì, insomma…ecco…” Tanto che per evitare il prolungarsi di un silenzio imbarazzante, devo intervenire: “Parlo?”

Ecco, sì…intendevo questo…“e, chiocciando, mi ringrazia per avergli risparmiato la forca.

Alla rampante signora di mezza età che in odore di lenocinio si propone per il lavoro, ma alle sue, insostenibili condizioni soldi di cioccolatoeconomiche, e quando replico domandandole se, per caso, voglia anche la vasca idromassaggio in camera, mi risponde offesa sostenendo che i soldi nella vita non sono tutto…

Senza alcuna ombra di alcun cazzo di dubbio, voglio essere pagata per svolgere il ruolo dell’assistita!

Chissenefrega!

Certo, la giornata non è iniziata nel migliore dei modi: hai aperto gli occhi sul ghigno del personal trainer che, tra un cenno di diniego e una risatina, ti riporta alla memoria l’appuntamento di cui ti eri dimenticata. Con noncuranza, hai sbadigliato per un quarto d’ora sul suo orgoglio ferito, mentre passavate dallo stretching al pompage, attraverso le tortuose vie della cocciutaggine muscolare.

Cazzo! Rispondono prima gli impiegati dell’803 164 ad una chiamata all’ora di punta, che i miei muscoli alla stimolazione nervosa!” pensi ad alta voce e nel bel mezzo della riflessione squilla il telefono e ti assale il dubbio di aver dimenticato un altro appuntamento: “Chissenefrega!” concludi, mentre ti accingi a rispondere, sollevata dal fatto che l’apparecchio telefonico trasmetta solo la tua voce e non il respiro impastato di sonno non proprio da conversazioni tête-à-tête.  phone-booth-758751_1280

È la tua assistente che, mezz’ora prima di iniziare il turno, ti chiede di sostituirla perché non si sente bene. In meno di trenta minuti dovrai trovare qualcuno disponibile, o in alternativa convincere l’altra assistente a restare – che, nel frattempo, ha già indossato il soprabito e impugnato la valigia ed attende con ansia la fine del lavoro. In quel preciso istante, non un attimo prima, ti volti verso lo specchio e a contornare due occhiaie da panda che sembrano disegnate con una pennellata di fuliggine, ti accorgi di un capello bianco che spunta dalla chioma arruffata, dritto come un’antenna pronta a captare segnali intergalattici. Allora guardi con più attenzione e lo vedi, impavido e circondato da una manciata di gemelli albini, tutti schierati e rivolti al cielo come i radiotelescopi del progetto SETI.

Ma per fortuna, poi bussano alla porta e quando vai ad aprire, ad attenderti, c’è chi ti saluta con un sorriso e in mano un meraviglioso mazzo di rose rosse. E allora ti viene da piangere. Ma per la commozione. foto1

I don’t care

Talvolta sento l’esigenza di sfuggire alla città e di camminare – che detto da me, suona alquanto ironico e potrebbe finanche apparire irriverente a qualche anima candida, politicamente corretta, che anziché storpia mi chiama diversamente abile. Ma tant’è che camminare lontano dalla fiumana, in questi momenti di inquietudine, è un richiamo imperativo. E alla necessità di passi, segue intimamente quella di bosco. La voglia di farsi sorprendere da un raggio di sole che penetra tra il fitto fogliame, di inseguire l’orizzonte consapevoli che l’obiettivo non è raggiungerlo, bensì continuare a rincorrerlo, il sentore di umidità ancestrale, l’odore di erba e sterpi arse in qualche vicina radura, liberano i pensieri e li purificano in modo analogo al bicchiere di rum e cola che adesso mi attende, sullo scrittoio, accanto al notebook.

La mia storia è fitta di ombre. Ma a produrre l’ombra è sempre una sorgente di luce.

Una volta prese le distanze dalla scenografia urbana, la mente ramifica tra le fronde e quel lacerto di cuore che mi porto appresso rattoppato e disilluso. Sicché, nutrito da questa maledetta linfa dalla natura ibrida, semi-vegetale ma sanguigna, il pensiero ritorna a quel crocevia solcato dai passi dei viandanti che è la mia vita. All’amore che credevo di aver ghermito ma che si è consumato, giorno dopo giorno, fino a non essere più abbastanza. Occorre essere chiari: ho sempre saputo di essere stata amata, ciononostante mi è parso che ad essere amato, in qualche modo, sia stato più il corpo che lo spirito.

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Un nuovo inizio.

Sono stata assente, negli ultimi tempi, su queste pagine, ma soltanto perché sono stata più presente altrove…

L’articolo su F, la rivista di Cairo Editore.

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Il piacere che non piace.

Il raggiungimento dell’indipendenza, fisica ed economica, ha da sempre vellicato i miei pensieri di sognatrice. Fin da quando, bambina, risalivo sulle spalle di mio padre la strada che dalla casa cantoniera conduceva alla piazza del paese, e seppur in silenzio, nutrivo il desiderio di appoggiare i piedi sull’asfalto per camminare senza dipendere più dalle gambe altrui.

L’indipendenza che intravedevo come la meta da raggiungere, passo dopo passo, era più uno stato mentale, una vera e propria rivendicazione dell’autonomia di pensiero.

Ebbene, se il pensiero non può mai dirsi completamente libero dai condizionamenti, le esperienze – il vissuto maturato sulla nostra pelle, intimo e onestissimo – possono aiutarlo a sentirsi indipendente. Ad affrancarsi dalle convinzioni della massa.

Ho 36 anni, una grave disabilità motoria e faccio sesso da quando avevo 16 anni. Vent’anni di prime volte, di posizioni inventate, di rose-143937_1280immaginazione; vent’anni di amore tenuto in serbo come un’offerta intima, lontano dagli sguardi altrui, vent’anni di scopate alla mercé del vento, vent’anni fecondi come il ventre che non ha mai portato a termine una gravidanza. Vent’anni di umiliazioni, anche. Di pregiudizi. Forse più ora, che all’epoca. Ora che il concetto di assistenza sessuale è giunto a risvegliare, oltre alle coscienze, la morbosità di molti. Perché l’idea di assistere sessualmente una persona fa gola ai più, è un invito a concretizzare l’idea che fottersi un disabile significhi essere all’avanguardia.  Così quello che doveva far le veci di un urlo liberatorio in faccia al bigottismo, ha finito per dar voce al pregiudizio. Un pregiudizio in odore di santità, s’intende. Ecco, allora, un’orda di segaioli che giunge a offrirmi le pudènda con carità quasi cristiana, giovani e meno giovani che si dichiarano di mentalità aperta perché chiavare una storpia è roba d’avanguardisti, dongiovanni improvvisati certi che non gli si dica di no giacché è imperativo che l’handicappata riceva cazzi senza far questioni, alla stregua di un dono. Ma se la storpia è stronza? O se, semplicemente, non è la bambola che molti avrebbero voluto fosse?

Sovente, negli incontri occasionali, ho avuto la netta percezione di essere io l’assistente sessuale. Mi si conceda questa provocazione. Quando si tratta di erotismo, i ruoli son sempre mutevoli. Colei che porta lo stigma dell’assistita può diventare, a tutti gli effetti, l’assistente. Di fronte ad ogni erezione ho sempre saputo di essere io a dar piacere, a soddisfare un bisogno altrui. Certo, ho soddisfatto anche la mia esigenza di essere desiderata, appetibile, come è giusto sia in natura. Dov’è, allora, il confine tra l’assistere e l’essere assistita?

Lei non è me…Ed io?

Sovente nel raccontare di me e della mia vita indipendente dimentico di essere cresciuta con una malattia neuromuscolare e di non essermene mai affrancata in tutti questi anni.

Certo, l’Amiotrofia Spinale è parte di me, tuttavia non l’ho mai vista come un’appendice, né tantomeno come l’integrazione tra corpo e morbo. No, non è mai stata me. L’ho sempre vista più come un alter ego, anziché come l’ideale gemello siamese a cui sono unita dalla nascita. Uno sdoppiamento.

Perché c‘è una Tania malata e c’è una Tania che dimentica di esserlo. Quest’ultima vive da sola, aiutata da un’assistente personale; progetta, si arrabatta per sbarcare il lunario, scrive per passione e per pagare le spese condominiali, coffee-690421_1920viaggia per sentirsi libera e si getta a capofitto nella fiumana per diletto e per curiosità. L’altra, quella con il gene mutato, trascorre settimane chiusa in casa per guarire da un’infezione respiratoria, usa una macchina per tossire e un’altra per la ginnastica respiratoria; perde peso ad ogni influenza e sa che la vita non è mai un percorso dato per scontato e che tutto può cambiare con la stessa rapidità di uno sbattere di ciglia. A seconda delle circostanze, una è dominante, l’altra recessiva.

C’è un momento in cui le due s’incontrano. Una frazione di secondo. E non se ne accorgono. Credo succeda perché sono l’una l’immagine speculare dell’altra e quando si osservano, ciascuna crede di vedere se stessa. Per poter conservare memoria dell’altra devono, in qualche modo, opporsi. Pur esistendo contemporaneamente, seguendosi alla stregua di un’ombra. Ci sono momenti in cui mi ricordo di avere una compagna di viaggio simbiotica, ma sono momenti che non amo ricordare.paper-dolls-14611_640

Perciò preferisco pensare a similitudini più edificanti: all’iride che dà le giuste sfumature allo sguardo, alla somiglianza tra l’impiegata comunale e Stalin – più per i baffi che per il dispotismo – alle gocce d’acqua; al mio culo e al resto del mio corpo sui piatti di una bilancia; alle ciliegie dentro un canestro, alla somiglianza tra la pazzia e la creatività; alle ore della noia, ai discorsi ridondanti, alle mani…

Nuda Pelle

           Nella contemplazione dell’immobilità, germogliava il seme creativo. Dalle linee imperiture che distinguono le forme e danno alle figure un nome, segno dopo segno affiorava l’idea del movimento. Si faceva strada così il tacito sentore che il dipinto non fosse che il tramite; anima che tramuta le forme intellegibili in materia, l’unicum dell’essere e del pensiero. Erano le tinte scure a impreziosire la stanza, il nero che nella pittura non è mai nero.

Il peso delle ginocchia spinge a terra, c’è un accasciarsi sulle proprie gambe che preme. È la condizione umana di vivere innumerevoli viaggi dentro una stanza. Passo dopo passo.

Così la condizione favorita per assaporarne l’intimità era la penombra. Quando il crepuscolo silenziava le luci erubescenti del tramonto e lunghe zone d’oscurità si ramificavano sul pavimento e sui muri. Dal soffitto affioravano sentori di buio; diagonali di nero occludevano gli angoli, poi si facevano avanti come non temessero più gli spazi aperti. L’assedio si faceva più stretto, non restavano che sporadiche vie di fuga sotto le porte, attraverso le serrature, dalle finestre. Il contorno cinabro delle Alpi si spegneva. Il cielo per poco sarebbe stato ancora sfondo, poi si sarebbe uniformato all’orizzonte.

Lorenzo si era avvicinato a lei e poteva sentirne il profumo vanigliato del balsamo per capelli. Lei teneva gli occhi fissi sul pavimento, in segno di sottomissione. Piaceva ad entrambi quel gioco mascherato da convenzione: Irina gli dava tutta se stessa, metteva nelle sue mani la propria volontà. Voleva essere un dipinto, tracce di pittura, un segno sulla tela privo di coscienza.

In casa l’inconfondibile odore della sua presenza. Veniva a farle visita ogni giorno, eccetto i sabati e le domeniche che riservava alla moglie.

Voleva essere dipinta, capovolta, dissanguata, purgata dell’anima, resa bambola. Il sentirsi sdoppiata tra realtà e immaginazione la faceva sentire come una bambina con una bambola tra le mani, mentre gioca a denudarla, a farle compiere i primi passi solitari, a interagire con un mondo per giganti, dentro un corpo da donna e con lo spirito di un’infante; mentre prova per la prima volta a immaginarsi adulta, a baciare l’aria e poi quella bocca di plastica, poco importa se maschio o femmina, in fondo è pur sempre un bacio, pur sempre una bocca, pur sempre un gioco.

Le sensazioni enfatizzate dall’emotività rimandavano sentore di arti avvinghiati gli uni agli altri, tepore di sangue, umidi secreti vaginali e saliva, odore di pelle, di capelli.Il corpo tornava ad essere nulla, un pensiero in potenza, forse, avviluppato al codice genetico di tenaci e inconsapevoli vettori di vita.

«Sii anche tu bambola. Giochiamo con l’età che sconvolge i piani al pensiero lineare dell’esistenza, che segna e incide il concetto amorfo di vita, che si fa beffe dell’identità peritura e fa di noi persone, semplici maschere. Mutevoli, inconsistenti, vane» aveva sussurrato all’orecchio di lui e subito ne aveva avvertito l’eccitazione. Egli l’aveva Nuda-pelle-di-Tania-Bocchino_su_vertical_dynpresa in braccio e stretta con forza prima di condurla sul letto, sotto La Morfinomane di Vittorio Corcos. Forse era la stanchezza che appesantiva gli arti a fargli preferire il materasso alla durezza del fratino, o forse era dolcezza, una dolcezza imprevista che gli suscitava la sola vista di lei.

Lei stava in silenzio, un silenzio interrotto da brevi gemiti. Sentirsi intrappolata con tale veemenza sotto il corpo di lui le dava piacere. La eccitava l’idea che il corpo potesse divenire un’opera d’arte. E vivere anche dopo la morte. Alla mercé di spettatori sgomenti. «Hai mai pensato alla serenità?» egli aveva domandato. «Sì, innumerevoli volte».

estratto da Nuda Pelle

they say freak, I hear trick