I don’t care

Talvolta sento l’esigenza di sfuggire alla città e di camminare – che detto da me, suona alquanto ironico e potrebbe finanche apparire irriverente a qualche anima candida, politicamente corretta, che anziché storpia mi chiama diversamente abile. Ma tant’è che camminare lontano dalla fiumana, in questi momenti di inquietudine, è un richiamo imperativo. E alla necessità di passi, segue intimamente quella di bosco. La voglia di farsi sorprendere da un raggio di sole che penetra tra il fitto fogliame, di inseguire l’orizzonte consapevoli che l’obiettivo non è raggiungerlo, bensì continuare a rincorrerlo, il sentore di umidità ancestrale, l’odore di erba e sterpi arse in qualche vicina radura, liberano i pensieri e li purificano in modo analogo al bicchiere di rum e cola che adesso mi attende, sullo scrittoio, accanto al notebook.

La mia storia è fitta di ombre. Ma a produrre l’ombra è sempre una sorgente di luce.

Una volta prese le distanze dalla scenografia urbana, la mente ramifica tra le fronde e quel lacerto di cuore che mi porto appresso rattoppato e disilluso. Sicché, nutrito da questa maledetta linfa dalla natura ibrida, semi-vegetale ma sanguigna, il pensiero ritorna a quel crocevia solcato dai passi dei viandanti che è la mia vita. All’amore che credevo di aver ghermito ma che si è consumato, giorno dopo giorno, fino a non essere più abbastanza. Occorre essere chiari: ho sempre saputo di essere stata amata, ciononostante mi è parso che ad essere amato, in qualche modo, sia stato più il corpo che lo spirito.

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Il piacere che non piace.

Il raggiungimento dell’indipendenza, fisica ed economica, ha da sempre vellicato i miei pensieri di sognatrice. Fin da quando, bambina, risalivo sulle spalle di mio padre la strada che dalla casa cantoniera conduceva alla piazza del paese, e seppur in silenzio, nutrivo il desiderio di appoggiare i piedi sull’asfalto per camminare senza dipendere più dalle gambe altrui.

L’indipendenza che intravedevo come la meta da raggiungere, passo dopo passo, era più uno stato mentale, una vera e propria rivendicazione dell’autonomia di pensiero.

Ebbene, se il pensiero non può mai dirsi completamente libero dai condizionamenti, le esperienze – il vissuto maturato sulla nostra pelle, intimo e onestissimo – possono aiutarlo a sentirsi indipendente. Ad affrancarsi dalle convinzioni della massa.

Ho 36 anni, una grave disabilità motoria e faccio sesso da quando avevo 16 anni. Vent’anni di prime volte, di posizioni inventate, di rose-143937_1280immaginazione; vent’anni di amore tenuto in serbo come un’offerta intima, lontano dagli sguardi altrui, vent’anni di scopate alla mercé del vento, vent’anni fecondi come il ventre che non ha mai portato a termine una gravidanza. Vent’anni di umiliazioni, anche. Di pregiudizi. Forse più ora, che all’epoca. Ora che il concetto di assistenza sessuale è giunto a risvegliare, oltre alle coscienze, la morbosità di molti. Perché l’idea di assistere sessualmente una persona fa gola ai più, è un invito a concretizzare l’idea che fottersi un disabile significhi essere all’avanguardia.  Così quello che doveva far le veci di un urlo liberatorio in faccia al bigottismo, ha finito per dar voce al pregiudizio. Un pregiudizio in odore di santità, s’intende. Ecco, allora, un’orda di segaioli che giunge a offrirmi le pudènda con carità quasi cristiana, giovani e meno giovani che si dichiarano di mentalità aperta perché chiavare una storpia è roba d’avanguardisti, dongiovanni improvvisati certi che non gli si dica di no giacché è imperativo che l’handicappata riceva cazzi senza far questioni, alla stregua di un dono. Ma se la storpia è stronza? O se, semplicemente, non è la bambola che molti avrebbero voluto fosse?

Sovente, negli incontri occasionali, ho avuto la netta percezione di essere io l’assistente sessuale. Mi si conceda questa provocazione. Quando si tratta di erotismo, i ruoli son sempre mutevoli. Colei che porta lo stigma dell’assistita può diventare, a tutti gli effetti, l’assistente. Di fronte ad ogni erezione ho sempre saputo di essere io a dar piacere, a soddisfare un bisogno altrui. Certo, ho soddisfatto anche la mia esigenza di essere desiderata, appetibile, come è giusto sia in natura. Dov’è, allora, il confine tra l’assistere e l’essere assistita?

Lei non è me…Ed io?

Sovente nel raccontare di me e della mia vita indipendente dimentico di essere cresciuta con una malattia neuromuscolare e di non essermene mai affrancata in tutti questi anni.

Certo, l’Amiotrofia Spinale è parte di me, tuttavia non l’ho mai vista come un’appendice, né tantomeno come l’integrazione tra corpo e morbo. No, non è mai stata me. L’ho sempre vista più come un alter ego, anziché come l’ideale gemello siamese a cui sono unita dalla nascita. Uno sdoppiamento.

Perché c‘è una Tania malata e c’è una Tania che dimentica di esserlo. Quest’ultima vive da sola, aiutata da un’assistente personale; progetta, si arrabatta per sbarcare il lunario, scrive per passione e per pagare le spese condominiali, coffee-690421_1920viaggia per sentirsi libera e si getta a capofitto nella fiumana per diletto e per curiosità. L’altra, quella con il gene mutato, trascorre settimane chiusa in casa per guarire da un’infezione respiratoria, usa una macchina per tossire e un’altra per la ginnastica respiratoria; perde peso ad ogni influenza e sa che la vita non è mai un percorso dato per scontato e che tutto può cambiare con la stessa rapidità di uno sbattere di ciglia. A seconda delle circostanze, una è dominante, l’altra recessiva.

C’è un momento in cui le due s’incontrano. Una frazione di secondo. E non se ne accorgono. Credo succeda perché sono l’una l’immagine speculare dell’altra e quando si osservano, ciascuna crede di vedere se stessa. Per poter conservare memoria dell’altra devono, in qualche modo, opporsi. Pur esistendo contemporaneamente, seguendosi alla stregua di un’ombra. Ci sono momenti in cui mi ricordo di avere una compagna di viaggio simbiotica, ma sono momenti che non amo ricordare.paper-dolls-14611_640

Perciò preferisco pensare a similitudini più edificanti: all’iride che dà le giuste sfumature allo sguardo, alla somiglianza tra l’impiegata comunale e Stalin – più per i baffi che per il dispotismo – alle gocce d’acqua; al mio culo e al resto del mio corpo sui piatti di una bilancia; alle ciliegie dentro un canestro, alla somiglianza tra la pazzia e la creatività; alle ore della noia, ai discorsi ridondanti, alle mani…

Nuda Pelle

           Nella contemplazione dell’immobilità, germogliava il seme creativo. Dalle linee imperiture che distinguono le forme e danno alle figure un nome, segno dopo segno affiorava l’idea del movimento. Si faceva strada così il tacito sentore che il dipinto non fosse che il tramite; anima che tramuta le forme intellegibili in materia, l’unicum dell’essere e del pensiero. Erano le tinte scure a impreziosire la stanza, il nero che nella pittura non è mai nero.

Il peso delle ginocchia spinge a terra, c’è un accasciarsi sulle proprie gambe che preme. È la condizione umana di vivere innumerevoli viaggi dentro una stanza. Passo dopo passo.

Così la condizione favorita per assaporarne l’intimità era la penombra. Quando il crepuscolo silenziava le luci erubescenti del tramonto e lunghe zone d’oscurità si ramificavano sul pavimento e sui muri. Dal soffitto affioravano sentori di buio; diagonali di nero occludevano gli angoli, poi si facevano avanti come non temessero più gli spazi aperti. L’assedio si faceva più stretto, non restavano che sporadiche vie di fuga sotto le porte, attraverso le serrature, dalle finestre. Il contorno cinabro delle Alpi si spegneva. Il cielo per poco sarebbe stato ancora sfondo, poi si sarebbe uniformato all’orizzonte.

Lorenzo si era avvicinato a lei e poteva sentirne il profumo vanigliato del balsamo per capelli. Lei teneva gli occhi fissi sul pavimento, in segno di sottomissione. Piaceva ad entrambi quel gioco mascherato da convenzione: Irina gli dava tutta se stessa, metteva nelle sue mani la propria volontà. Voleva essere un dipinto, tracce di pittura, un segno sulla tela privo di coscienza.

In casa l’inconfondibile odore della sua presenza. Veniva a farle visita ogni giorno, eccetto i sabati e le domeniche che riservava alla moglie.

Voleva essere dipinta, capovolta, dissanguata, purgata dell’anima, resa bambola. Il sentirsi sdoppiata tra realtà e immaginazione la faceva sentire come una bambina con una bambola tra le mani, mentre gioca a denudarla, a farle compiere i primi passi solitari, a interagire con un mondo per giganti, dentro un corpo da donna e con lo spirito di un’infante; mentre prova per la prima volta a immaginarsi adulta, a baciare l’aria e poi quella bocca di plastica, poco importa se maschio o femmina, in fondo è pur sempre un bacio, pur sempre una bocca, pur sempre un gioco.

Le sensazioni enfatizzate dall’emotività rimandavano sentore di arti avvinghiati gli uni agli altri, tepore di sangue, umidi secreti vaginali e saliva, odore di pelle, di capelli.Il corpo tornava ad essere nulla, un pensiero in potenza, forse, avviluppato al codice genetico di tenaci e inconsapevoli vettori di vita.

«Sii anche tu bambola. Giochiamo con l’età che sconvolge i piani al pensiero lineare dell’esistenza, che segna e incide il concetto amorfo di vita, che si fa beffe dell’identità peritura e fa di noi persone, semplici maschere. Mutevoli, inconsistenti, vane» aveva sussurrato all’orecchio di lui e subito ne aveva avvertito l’eccitazione. Egli l’aveva Nuda-pelle-di-Tania-Bocchino_su_vertical_dynpresa in braccio e stretta con forza prima di condurla sul letto, sotto La Morfinomane di Vittorio Corcos. Forse era la stanchezza che appesantiva gli arti a fargli preferire il materasso alla durezza del fratino, o forse era dolcezza, una dolcezza imprevista che gli suscitava la sola vista di lei.

Lei stava in silenzio, un silenzio interrotto da brevi gemiti. Sentirsi intrappolata con tale veemenza sotto il corpo di lui le dava piacere. La eccitava l’idea che il corpo potesse divenire un’opera d’arte. E vivere anche dopo la morte. Alla mercé di spettatori sgomenti. «Hai mai pensato alla serenità?» egli aveva domandato. «Sì, innumerevoli volte».

estratto da Nuda Pelle

Se il sesso svelasse l’Universo?

Torno a scrivere su queste pagine dopo un’assenza di qualche mese. Non vi racconterò dei motivi della mia lontananza, né delle cicatrici che ancora conservo.

Vi svelerò, invece, di aver sperimentato la mia vena narrativa e l’intimità delle mie visioni erotiche. E non vi terrò nascosto, nemmeno, di averlo fatto su Loveability.it, sito web gestito dall’amico Maximiliano Ulivieri e che forse molti di voi conoscono.

La scrittura mi è stata d’aiuto in molteplici circostanze; la penna ha scandagliato gli abissi del mio spirito, più di quanto avrebbe fatto qualsiasi altra forma di contemplazione e di analisi.

Pertanto, desidero metaforicamente battezzare il mio riavvicinamento al blog e il sodalizio con Loveability, proponendovi lo scritto che più ho a cuore.


“E se il segreto dell’Universo avesse a che fare con il sesso?” ci si domanda nel lungometraggio dedicato alla vita dell’astrofisico Stephen Hawking. Considerato il flusso di eventi che ha segnato la mia vita, potrei affermare di essermelo chiesto anche io, più di una volta.

Talvolta salgo all’Osservatorio astronomico, lungo la strada ombrosa che s’inerpica sulla collina tra le abitazioni lussuose e il fogliame fitto. Mi sento un pellegrino che risale la china per raggiungere l’eremo. E, curva dopo curva, mentre si cominciano a intravedere le cupole dell’Osservatorio, il pensiero dell’intimità sperimentata con il cielo si trasforma in una fissazione: dal creato al Creatore, dal Big Bang al coito, l’origine del Tutto.

Vi ho raccontato degli anni maledetti, dell’infanzia scivolata fuori dal sesso acerbo di bambina e lasciata maturare tra le cosce, come un aspro gheriglio di noce ricoperto dal mallo o come un feto ravvolto nella placenta. L’incubazione è, in fondo, crescita. Quel tempo è lontano ormai, eppure ne ricordo il tremore di uccello implume, il miraggio e la seduzione del volo, la frattura irregolare sul guscio dopo la schiusa, l’albume mischiato al sangue che ha battezzato il mio ingresso nell’adolescenza. Il primo sangue. Il dolore che ha aperto la strada al piacere. Come la marea, la prima mestruazione ha riempito il ventre di fluido tepore e poi lo ha riversato fuori dalle carni, in quel fazzoletto di continente sottomesso all’influenza della luna. Il sangue scandiva i mesi ed io mi avvicinavo all’età adulta con passi lunghi e svelti.

Sempre in quegli anni, ho scoperto l’ascendente che esercitavo su taluni, uomini perlopiù, un oscuro, misterioso interesse risvegliato come per gioco. Uno di loro, in particolare, mi sovviene ogni qualvolta ripenso a quell’epoca antesignana. Lo vedevo un paio di volte a settimana, sempre alla stessa ora. La mia famiglia lo aveva assunto per aiutarmi a tenere allenati gli scarni muscoli già indeboliti dalla malattia. I trattamenti duravano sempre più del previsto, e dalla porta chiusa della stanza in cui lui non voleva ci disturbassero, si udiva solo un persistente, denso silenzio. Nessuno ha mai osato violare quel divieto, oltrepassare l’uscio. Nessuno ha mai nemmeno indugiato dietro la porta, origliato, atteso che giungesse un invito ad entrare o, semplicemente, che si riuscissero a distinguere rumori e voci all’interno della stanza. table-443803_1920

Perché la stanza era un luogo sacro, il tempio destinato a un culto, uno spazio consacrato al sacrificio. Sopra il grande tavolo su cui lui mi faceva sdraiare, il mio corpo bruciava come l’incenso dentro il turibolo. E sempre sulla dura superficie del tavolo in legno di ciliegio, il sottile sigillo alla mia inviolabilità si era spezzato come l’ostia tra il palato e la lingua. Ricordo che al principio ho provato fastidio, un’avversione nauseante al divenire adulta.

Sopra il tavolo era sempre adagiata una lunga tovaglia bianca di lino: ne ricordo il tocco fresco sulle cosce, e ricordo che quando lui le dischiudeva, la pelle sfregava la stoffa ruvida e il fastidio avvertito sull’epidermide si confondeva con quello percepito dalla mente. E ricordo il giorno in cui, dopo aver sollevato la tovaglia in modo da non sporcarla, mi aveva trascinata verso di sé sulla superficie fredda del tavolo, prima di spingere la mano ad esplorare la mia verginità.

“Matilde, nessuno capirebbe. Resti il nostro segrecandle-110724to!” Confidando nel mio silenzio aveva tentato una carezza, come se questo fosse stato sufficiente a farci sentire complici. Lo aveva fatto con vergogna, tentennante. Poi era uscito dalla stanza e dalla mia vita. Avevo tredici anni e, in modo del tutto inatteso, stavo scoprendo il potere del corpo. Del mio corpo, impigliato nel groviglio esistenziale che mai nessuno, fino a quel momento, era mai riuscito a dipanare.

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Chi nel bilancio si sbilancia…

Odio fare bilanci, soprattutto se si tratta di valutazioni relative all’anno appena trascorso. Un manipolo di stagioni che la mia mente ha risucchiato come fossero linfa, nutrienti insostituibili. Qualcosa che non c’è più ma che, in fondo, non è mai scomparso, perché è stato assorbito dal sangue, ne ha permeato ogni cellula, l’ha sfamata e ne ha impresso la memoria, sicché d’ora in poi farà parte della sua vita. Fino alla morte o fino all’oblio. Ma che ne è stato di quelle stagioni?

Due anni dall’inizio della mia Vita Indipendente, ventiquattro mesi di passi – reali, un piede dopo l’altro – verso l’agognata autonomia. Una convivenza sepolta, un’altra germinata. Un amore consumato sul finire del giorno, il sesso sperimentato per sperimentare il corpo e far volare la mente. Sì, perché se i pensieri si fanno leggeri, anche la forza di gravità si fa lieve, rinuncia ad appesantire gli arti, lì libera nell’aere. E quando cala la notte e le ombre si fanno dense come inchiostro, il piacere scalza la paura, la piega al suo volere.

Il secondo anno nella nuova casa, qualche pezzo d’arredo in più a distinguerla: uno specchio, un divano, un lampadario… Poco alla volta la casa sta assumendo le sembianze che avrei voluto attribuirle. Lentamente.

Dsmiley-150658_1280ue anni di Vita Indipendente. C’è chi mi ha domandato, con vivo interesse, tra una sigaretta e l’altra: “Come ti trovi nella nuova casa?

Eh…Come mi trovo? Mi chiamo! E se non mi sento, mi faccio squillare il telefono… 

La gonna di legno.

Come in un’altra storia – quella di evangelica memoria, forse meno autentica ma, di certo, più famosa – l’avere un padre falegname non è un fatto scevro di conseguenze.

Posso dire, con una punta d’orgoglio, di essere cresciuta abituandomi a forgiare ciò che la Natura aveva dimenticato, e a far di necessità virtù nel costruirmi, come fa il falegname da un pezzo di legno, qualsivoglia strumento in grado di rendermi libera. Così ho modellato la mia disabilità sui miei desideri, trasformato l’handicap in uno stimolo all’indipendenza; ho dato forma al destino.

Certo, in taluni frangenti il legno si è rivelato una presenza ingombrante – che dir si voglia, il falegname ha brillato d’iniziativa ma peccato in stile – come, ad esempio, accadde  quando, trent’anni or sono, chiesi a mio padre un abito con la gonna scozzese in regalo, e lui rispose con concitazione: “Te lo faccio io di legno!” aggiungendo in coda all’enfasi: “Che, almeno, ti tiene più dritta…” Con il senno di poi ad accettarne l’offerta ci avrei guadagnato, tuttavia, lì per lì, misi su un’espressione talmente corrucciata che anche quando il volto mi tornò disteso pareva ci fosse la mappa del Turkmenistan stampata sulla fronte. 

In età scolastica, poi, la produzione lignea raggiunse il suo massimo splendore: rialzi da infilare sotto il banco quando seguivo le lezioni in piedi per allenare la muscolatura, leggii di diversa altezza, custodie per matite, righelli, goniometri e squadre. Sempre in quegli anni, videro la luce i condomìni per Puffi – rigorosamente a forma di fungo -, gli ostelli di Barbie e il teatro delle marionette.

Come ho detto, l’avere un padre falegname ha un certo peso. Ma lui lo ha reso leggero, ne ha mitigato le responsabilità. Gli devo molto, per ogni anno trascorso, per ogni fardello sollevato al posto mio, per tutti i ceppi trasformati in burattini.
Perciò questo Natale lo dedico a lui. E non aggiungo altro.

Sorry, are you a cripple?

In coda alla cassa del supermercato. Una donna discute animatamente con la figlia. Quest’ultima si è infatuata di un amico virtuale, conosciuto su un social network. Non si sono mai incontrati. La madre incalza: “Tu quel ragazzo non lo hai mai visto…Ekeep-calm-and-go-shopping-2782 se poi è zoppo? E se è storpio? Che orrore!”

Poi, voltandosi, mi sorride e mi invita a passarle davanti. Ma rifiuto il diritto di precedenza alla cassa prioritaria: “No, grazie. Preferisco stare in coda. Sa, mi sto innamorando di sua figlia…

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Is there any problem?

Ore 20.00. Alle prese con la cottura della cecìna per la serata Madrina-Figlioccia, ricevo una telefonata da un call center. Tengo a far notare che preparare una buona cecìna è un po’ come eseguire un intervento di microchirurgia: serve polso fermo e sangue freddo. Perché la cecìna l’è subdola! La ricetta potrebbe trarre in inganno: farina di ceci, acqua q.b. olio e sale. Tuttavia, è quel “q.b.” a fare la differenza. Troppo la annacqua e troppo poco la pietrifica. Per non parlare della cottura in forno che va monitorata come si fa con le funzioni vitali di un paziente in sala operatoria. La mia prima cecìna, riecheggia tra le memorie storico-canavesane, è l’apotropaion delle massaie, la temuta alternativa all’andare a letto senza cena dei bambini capricciosi;  si narra che il suo ricordo venga addirittura usato a scopi motivazionali con chi pensa d’esser nato sotto una cattiva stella. Quindi, possiate comprendere la delicata situazione in cui mi trovavo.

Ma torniamo alla chiamata dal call center: “Buonasera sig.ra, chiamo dall’azienda […] per conto di […] avrei piacere di offrirle…”

Lancio uno sguardo alla teglia dentro il forno, e con un cenno della mano invito la mia assistente a fare altrettanto. Ogni minuto che passa può essere fatale.

Hello! Let’s do fast, please. I’m very busy!” Intanto sollevo gli occhi all’orologio appeso al muro.

Dal telefono si ode un lamento, un’emozione malcelata: “Ehm, ehm…hmm…ehm, You…You…Do You…Do You speak Italian?” keep-calm-cuz-there-s-no-problem

No, sorry…” (La finta voce affranta è il mio cavallo di battaglia. Sono subdola come un pelo di gatto infilato tra le maglie di un cardigan. O come la cecìna nel forno.) Silenzio. Poi quello che sembra un sorriso imbarazzato: “Ehm, ok…ehm, ops! Ok…Good night…

Cazzo! Mi hai strappata alla mia creatura per un “Buonanotte”? Infierisco: “Oh! Here it’s morning…

Altro silenzio. Infine una risatina che nulla ha da invidiare all’isteria: “Ah…ehm, ah…” Sopraffatta, non le resta che tagliar corto con un “Bye, Bye!” e poi riagganciare.

La domanda ora è d’uopo: quanti mesi in un centro di Salute Mentale le avrò regalato?

they say freak, I hear trick

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