as the train left…

I remember the Porta Nuova train station, the scent of sweets outside the coffe shops.  Actually,I remember the journey that changed my life.

Della stazione di Porta Nuova ricordo l’aroma dei chicchi di caffè tostati e dei croissants che invitava ad entrare nelle caffetterie sempre affollate. Di solito ad ogni partenza mi fermavo alla boulangerie, all’ingresso della stazione, per una tazza di tè e una pasta dolce.

Tuttavia, quel mattino ero in ritardo: il taxi che era venuto a prendermi in Canavese non era attrezzato per il trasporto di persone in carrozzina, sicché dopo alcuni maldestri ed inutili tentativi per farmi entrare – dapprima reclinando la carrozzina, poi piegandomi in avanti la testa e infine spostando un sedile – eravamo corsi alla stazione del paese, riuscendo appena in tempo ad oltrepassare il passaggio a livello prima che giungesse il treno.
Ero accompagnata da Luca, il mio assistente, e fremevo nel constatare il ritardo della canavesana. Il cielo era parzialmente coperto e nell’aria si respirava già l’odore dell’autunno e delle foglie invecchiate.

Salire era sempre una scommessa con il destino. Le carrozze erano dotate di pedana estraibile, ma due volte su tre quest’ultima s’inceppava e non c’era verso di farla funzionare.

Un secondo disguido nello stesso giorno sarebbe stato troppo, anche per il mio livello di tolleranza, notevolmente alto.

Per fortuna, il treno era arrivato poco dopo e la pedana era scivolata fuori senza alcun intoppo. Ma era l’ora di punta e la carrozza pullulava di pendolari diretti ai luoghi di lavoro, così avevamo affrontato il viaggio tra borse, zaini, telefoni, intruppati lungo il corridoio, con un occhio all’orologio e uno alla valigia. Giunti a Porta Susa avremmo dovuto correre, letteralmente. E così abbiamo fatto.

Appena il treno si era fermato accanto alla piattaforma lungo il quinto binario, eravamo scesi e via di corsa verso l’ascensore che conduceva in superficie. Da lì, una lunga traversata fino agli ascensori in piazza XVIII Dicembre, poi giù alla fermata della metropolitana, in un febbricitante rincorrersi tra la folla.

“Il biglietto?” “Non serve, andiamo!” Estratta la tessera magnetica che dava diritto all’ingresso gratuito, e superati i tornelli, un’altra corsa in direzione degli ascensori per scendere alle piattaforme. Tre, due, uno: eccoci!! Eravamo riusciti a salire sul treno per una manciata di secondi, e avevamo così evitato di dover aspettare quello successivo, rischiando di compromettere definitivamente il viaggio. Porta Susa, Vinzaglio, Re Umberto, Porta Nuova. Un tragitto di poco più di due minuti. “Un paio di ascensori e ci siamo!” Avevamo percorso l’atrio della stazione senza fiatare, ancora di corsa. In prossimità dei binari c’era ad aspettarmi il mio compagno di viaggio. “Presto! Il treno è in partenza…” era stato l’ammonimento del personale della Sala Blu. Ancora una salita, quella dalla banchina al corridoio del Frecciarossa, sopra un alquanto obsoleto e cigolante carrello elevatore.

Finalmente a bordo, il treno era partito. Giusto il tempo di prendere posto accanto al finestrino, nella carrozza della prima classe. Quello non era soltanto l’inizio di un viaggio. Era l’inizio di una nuova vita…

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