an unpredictable breakfast

That morning, after the usual breakfast at the Cafe No. 76, watching the crumbs of the croissant on the table, I had a clear picture of the place where I would have to start telling everything

Quel mattino, dopo la solita colazione al Caffè n 76, fissando con un alquanto ipocrita senso di colpa le briciole del croissant alla crema sparse sul tavolo, ho avuto la nitida percezione del luogo in cui avrei dovuto far iniziare il viaggio. O meglio, da dove sarei partita per raccontare il viaggio. Così ho invitato la mia assistente a mettere in moto l’auto e ad aiutarmi a salirci. Ricordo, era una calda giornata di luglio e il riverbero sulle superfici vetrate degli edifici conferiva al sole un irresistibile fascino vacanziero. Mi sarei presa una mezza giornata di riposo; avrei fatto la turista, anche, con gli occhiali a buon mercato calati sul naso e indosso una canotta leggera di cotone bianco. Ho chiesto alla mia assistente di guidare fino ad Agliè, attraversando le tranquille strade in mezzo alla campagna impreziosite dall’abbacinante luce estiva. Il percorso lo conoscevo bene: sono nata qui, in questo taglio di terra tra le valli del Canavese e il bacino dell’Orco. Sicchè quando siamo giunte in territorio alladiese mi sentivo più una guida che una turista, intenta a spiegare di vicoli, borgate, dinastie alla mia assistente che viene dalle risaie del vercellese e conosce la residenza sabauda di Agliè solo per sentito dire.

Il caso vuole, tuttavia, che il castello non fosse aperto al pubblico quel giorno, a causa dei danni che i recenti temporali avevano causato nei dintorni.

 

Sicchè, non volendo rincasare perché poiché per niente al mondo avrei gettato al vento quella vacanza infrasettimanale che mi ero presa senza pensarci troppo, ho chiesto di essere accompagnata a Villa Meleto, la dimora avita del poeta Guido Gozzano. La casa è situata poco fuori il paese, di fronte a un vasto prato incolto che porta il nome di Parco della Letteratura. Ed è racchiusa entro una pesante recinzione da cui effonde la leggiadra, garbata promessa liberty del giardino decorato dal glicine, dalle ortensie e dagli alberi antichi che fiancheggiano il viale fino al cortile prospiciente la casa.

È qui che ha inizio la storia. Qui, tra queste mura fresche di memorie fin de siècle e l’odore penetrante delle vecchie stoffe e del mobilio centenario. Certo, qualche amico sagace sentenzierà:”Chi si somiglia, si piglia!”, ricamando similitudini tra l’età mia anagrafica e quella dell’abitazione. È vero, ho da poco oltrepassato la boa dei 36 e – come da evidenza mediatica – non si può dire che il mio fisico rispecchi una solida idea di salute e di forza, tuttavia ogni mattina mi sveglio ancora convinta di dover indossare l’uniforme scolastica e di aspettare con ansia la maggiore età, oltre ad avere solo un paio di rughette che solcano la fronte e che qualche capello bianco che l’immaginazione ha trasformato rispettivamente in segni del cuscino (quelli che si formano dormendo, per intenderci) e schiariture profonde del sole.

Gozzano scrisse: “La Vita? Un sogno affatto degno di vituperio, se si mantenga intatto un qualche desiderio.

Ed è questo ciò che mi fa sentire a lui così vicina e il motivo per cui ho voluto partire da qui.

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