Il blog è scritto e gestito da me, Tania Bocchino, chiamata dagli amici Tanitilla e dagli amici sagaci, “La Bocchino” in onore di quel cognome che mio malgrado mi porto appresso dalla nascita e che sarà l’unico motivo dell’alta affluenza di pubblico al blog.
Ho deciso di crearmi questo spazio perché sono convinta che certe cose vadano dette, che le parole vadano lasciate sgorgare dall’ugola, libere.
Perché far sentire la propria voce è importante anche quando risulta scomodo, difficile da digerire, nella nostra società ancora troppo legata a ciò che si può dire anziché a ciò che si deve dire.
La mia scelta di dar libero sfogo al reflusso verbale, e di farlo con una vena di comicità e di leggerezza, risponde a quell’esigenza di onestà e di schiettezza che ho sempre avvertito prioritaria fin dall’infanzia.
Nasco a Ivrea da mamma canavesana e papà monferrino.
Terminati gli studi in Scienze Biologiche mi iscrivo a Beni Culturali dove do sei esami e poi fuggo verso il mondo del lavoro. Dapprima tento la strada dei lavori saltuari per poter continuare gli studi, ma poco dopo vado a vivere da sola e per pagare l’affitto e le altre spese decido di concentrarmi a tempo pieno sull’attività lavorativa. I primi due mesi accetto un impiego part time da un’azienda torinese e per riportare il conto bancario sopra lo zero inizio un lavoro serale d’intrattenimento su una chat internazionale. Nel frattempo dal capoluogo piemontese mi trasferisco in campagna, in un borgo dove sulla piccola piazza s’affaccia un vecchio orinatoio in cemento e dove in estate gruppi di anziani si radunano per discorrere delle stagioni che non sono più le stesse e delle difficoltà, più o meno dettagliate, di evacuazione.
Do l’avvio a una collaborazione con un noto magazine femminile e approfondisco la mia passione per la scrittura. Comprendo che mi piace far ridere e decido allora di unire le due vocazioni nel blog Rigurgiti.
Dimenticavo, alla nascita ho ricevuto in eredità una malattia genetica conosciuta come SMA (per i non addetti ai lavori che potrebbero confondersi con una nota catena di supermercati, il nome completo è Atrofia Muscolare Spinale). In ogni caso, ve ne parlerò più avanti, nel corso dei deliri che danno vita ai miei scritti.
Buona lettura.
L’incredibile destino di un viaggiatore è scritto su una giostra. Ruotiamo attorno a un baricentro, percorriamo una circonferenza immaginando di muoverci lungo una linea retta, e torniamo sempre al punto di partenza. Tuttavia, inventarsi il domani è così bello che non ci importa di vivere all’interno di un cerchio, invece che in uno spazio infinito senza perimetro e senza vincoli.
Da Place Bellecour attraverso Rue de la Republique, siamo giunti nell’omonima piazza dove dei bambini su una giostra hanno catturato la nostra attenzione, sotto un cielo grigio che rabbuiava le strade. Nell’aria c’era odore di pioggia, quell’odore sinestetico che riporta la mente ai luoghi clandestini, alle stanze chiuse a chiave. Mentre Israr pianificava di trascorrere la serata ad assaporare umori d’oltralpe e, da vero gourmet, si industriava a rilevare qualità e difetti nelle scollature e tra le cosce delle giovani francesi, siamo ripartiti verso la Saone…
Non è gradevole per un’italiana fiera delle proprie origini dover ammettere che aldilà delle Alpi si trovano infrastrutture e servizi che rendono marcata la discrepanza tra la condizione italiana e quella di molti altri Paesi europei.
Dovrei menzionare l’abissale differenza tra le autostrade, ad esempio la A32 per un lungo tratto fino al traforo del Frejus è sconnessa a causa dell’asfalto rovinato, mentre, appena varcato il confine la strada si appiana e si allarga dando alla mia schiena e al mio collo tutto il rispetto che meritano; dovrei accennare al clima decisamente “friendly” trovato a Lyon, alla sensazione che né la disabilità, né tantomeno il colore della pelle o l’orientamento sessuale vengano guardati con imbarazzo o con sospetto.
Tuttavia, inizierò dai beni di consumo. Sì, dalle sublimi tarte tatin, dai croissant, dalle madeleine, giungendo ai gaufre e alle soffici baguette, farcite con il burro o con la salsa mayonnaise, che ci hanno letteralmente sedotti (e abbandonati al rientro in patria). Scesi dall’auto, sulla Quai Perrache – carichi di bagagli come se fossimo partiti per un tour intorno al globo – ci crogiolavamo nell’illusione delle buone intenzioni: una vacanza low cost, equo solidale, morigerata e frugale, eticamente essenziale. Meno di un chilometro e una decina di minuti dopo, eravamo già stati perdutamente traviati dai nostri austeri propositi. Proprio all’angolo con Place Bellecour, il profumo fragrante dei dolci esposti nella vetrina di una briocherie aveva inoculato nelle nostre spoglie di giovani (e meno giovani…) anacoreti il seme del mutamento. Diciamo la verità: di fronte ai carboidrati diventiamo tutti organismi geneticamente modificati. E così, noi tre OGM italo-pakistani, dimentichi dei propositi ascetici, abbiamo dato il via a una kermesse di libagioni di cui conserveremo il ricordo nei prossimi mesi, spalmato sui fianchi e sul girovita.
Nella vita ho imparato che il viaggio non è salire su un’auto e raggiungere una meta. Ogni giorno trascorso è un itinerario, un tratto di strada percorso talvolta senza grandi spostamenti geografici. Tuttavia, ci sono momenti in cui sento l’esigenza urgente di riempire una valigia e di allontanarmi dai luoghi noti per trasformarmi in una straniera che gioca a fare la turista, ma che in realtà lo fa poiché desidera essere una sconosciuta.
Lyon. Photographer: Sandro Boggio.
Sono appena ritornata in Italia, dopo un breve viaggio oltralpe. Ad accogliere il mio rientro, un cielo cupo, carico di pioggia. Rincasare, stranamente, mi ha dato sollievo. Intendiamoci, non che il viaggio sia stato spiacevole, tuttavia ha portato a galla questioni esiziali che attendevano di essere affrontate. Questioni improcrastinabili. Ignorarle avrebbe voluto dire misconoscere la mia identità, negare il respiro che fa di me un corpo ancora in vita.
Sono salita sull’auto convinta di vestire i panni della turista, ma ciò che ho visitato non è stata la città. Sì, ho passeggiato per i vicoli della città vecchia, ho allungato lo sguardo oltre le porte dei locali notturni, ho fissato la superficie liscia dei due fiumi che attraversano la città, mi sono sporta dai ponti per cercare la mia immagine riflessa sull’acqua; ho mangiato una Tarte Tatin seduta al tavolo di una briocherie all’angolo di Place Bellecour, ho ascoltato discorsi di estranei lungo le vie affollate della Presqu’ile, ho dormito dentro una stanza fatiscente in un hotel in costruzione nei sobborghi di Lyon.
Eppure ciò che ricordo meglio è il risveglio nel buio della stanza, il respiro di Israr che mi dormiva accanto, la sensazione opprimente di solitudine che suonava paradossale in mezzo ai rumori della metropoli. Ricordo di aver pianto per lo smarrimento, e di aver ripensato al primo viaggio da bambina sull’auto carica di bagagli, all’epoca in cui mio padre trasformava il sedile posteriore in un lettino, con le lenzuola di cotone e il cuscino soffice che era mio soltanto, e io ci dormivo sopra, eccitata dall’idea che avrei riaperto gli occhi in una città mai vista prima.
Dalla finestra socchiusa giungeva nella camera l’aria rinfrescata dal temporale. Riuscirò mai, realmente, a superare le difficoltà della malattia, a far quadrare i conti, a pareggiare la voglia di libertà e la necessità di assistenza? Potrò mai vivere una vita davvero indipendente, pur se legata alle braccia e alle gambe di un altro individuo, pur se vincolata alla sua capacità di udire ogni mio richiamo, di dormire un sonno leggero, di aver cura del mio corpo…
Ricordo di aver intuito che questo viaggio è stato solo una tappa di un lungo percorso itinerante, poiché le domande che la notte lionese ha lasciato affiorare stanno ancora attendendo una risposta…
Su quanti ascensori sono salita, in 36 anni, non ricordo. In genere, però, ricordo i pianerottoli, gli androni, le terrazze a cui mi hanno condotta. E a parte il vecchio ascensore del condominio in cui ho vissuto gli anni dell’adolescenza, una sorta di scatola con le porte a battenti e le pareti color mandarino che parevano in preda all’itterizia, uno di quelli che ricorderò è l’ascensore che conduce alla terrazza del Museo della Montagna. (go to the English version)
Il tragitto è stato breve: un paio di piani dentro una piattaforma con le pareti di vetro opalino. Un piccolo balzo come in assenza di gravità. Non ho avuto nemmeno il tempo di ascoltare la voce claustrofobica che affanna sulla soglia di una cabina stretta tra quattro mura. Uscita dall’ascensore, sul belvedere, l’impatto con il sole di settembre sorprendentemente caldo. Poi la luce, calda e accecante delle ore pomeridiane. Infine la città, estesa come un mosaico sulla superficie pianeggiante al di là del Po; oltre i tetti con le tegole rosse sui quali ci affacciavamo. E dietro di noi, la collina, i sontuosi edifici adombrati dal fogliame, la strada che tante volte ho percorso, e che sale verso le stelle…
Per me vivere da sola non significa, alla lettera, essere sola: da sola non riuscirei a versarmi nemmeno l’acqua nel bicchiere!
La mia giornata è organizzata in modo tale da far convivere la mia necessità di aiuto e il bisogno di privacy. In casa mia si alternano due assistenti, ciascuna delle quali è addestrata ad essere discreta – in parole povere, se ho un rendez-vous, loro garantiscono riservatezza ed intimità – e sa ricavarsi i propri spazi in casa senza essere una presenza invadente – non si piazzano sul mio divano per ore a guardare la tv, con i piedi sul tavolo e il telecomando in mano, tanto per capirci.
Sabato, ad esempio, volevo trascorrere la giornata insieme all’amica Margherita, una raffinata appassionata d’arte, amante della bellezza e delle passeggiate notturne tra i richiami liberty dell’architettura torinese. Non avendo la possibilità di far allestire un’auto per la guida con joystick, non ho mai preso la licenza di guida (quindi nessun segno della croce o rituale apotropaico, signori!). Sicché la mia assistente mi ha accompagnata in città, con la mia macchina, mentre io – ingabbiata con la mia seggiola a ruote tra i sedili posteriori come un cavallo dentro il box – svolgevo a perfezione il ruolo di navigatore. Ruolo che peraltro mi riesce bene, tranne quando finisco con lo smarrirmi in un paesino di mille anime o imbocco la tangenziale in direzione sud dovendo, invece, andare verso nord. In città, però, sono una Via Michelin personificata, l’incarnazione di Google Maps con i capelli lunghi e un paio di jeans attillati! Non c’è piazza o via che non mi ricordi qualcosa: un incontro inatteso, una focaccia talmente buona da leccare pure l’involucro di carta, una lavanderia automatica che un giorno, carica di indumenti come una venditrice ambulante, ho trovato chiusa…Insomma, tutte queste reminescenze hanno trovato collocazione dentro la mia testa come le indicazioni su una cartina geografica. Così non sbaglio un vicolo, la città non ha segreti!
Seduta sotto il gazebo, nel giardino di casa, in mezzo alle begonie e alla verbena, mi ritrovo a soppesare quest’estate che sta volgendo al termine. La meta del prossimo viaggio è ormai decisa, non resta che trovare un’offerta vantaggiosa per le mie tasche da squattrinata. Certo, se avessi maggiori possibilità economiche vorrei spingermi oltre i confini che la malattia prima e le difficoltà finanziarie poi hanno sempre tenuto a distanza, come un orizzonte irraggiungibile. Tuttavia, l’indole irrequieta che mi distingue rende, ai miei occhi, più desiderabili i tragitti impervi e gli ostacoli insormontabili. Gli orizzonti che rapidamente diventano approdi non suscitano in me lo stesso fascino di un eremo in cima ad una ripida scalinata o di una frontiera chiusa da un categorico divieto d’accesso. Ci sono luoghi che la mia condizione fa apparire preclusi, e per questo motivo si trasformano in mete allettanti. So che prima o poi, in qualche modo, li raggiungerò.
Uno studio ha dimostrato che la realtà virtuale può essere utilizzata per dare l’illusione di tornare indietro nel tempo.
Secondo la rivista Frontiers in Psychology, degno di nota è stato l’impatto emotivo che il viaggio virtuale ha avuto sui partecipanti: viaggiare nel passato sembrava aumentare il senso di colpa che i partecipanti sentivano. (go to the English version)
Di certo, almeno una volta nella vita avete pensato: “Se lo avessi saputo prima…”Ecco una lista delle 5 cose che io avrei cambiato con il senno di poi:
Unless you live on Mars, you’ve probably seen many videos of the Ice Bucket Challenge. There are many creative videos of people dumping ice buckets, but have they certainly created much awareness for neuromuscular diseases?
Of course, it gave us an important business lesson, but I’m afraid it will be just a flash in the pan. The Ice Bucket Challenge, which began last month and has become a viral on Internet, has attracted more than 1.7 million contributors. However, what will become of all those funds?
I mean, will they really help people or just some great business company? At the moment, any decisions about how the money will be used have to be made. Nobody decided how to allocate the funds, yet. So, they will be spend to help people affected by these severe diseases living independently?
If taking the elevators ensures you not to be boxing with a sort of human sponges sweat dripping, inside the Museums you MUST to risk it!
It happens sometimes to be in the same room with people who – regardless of the most basic rules of hygiene – emit a bad smell in the air, a sort of disgusting smells of wet goat. So you just have to move to another room, even if it means to follow the tour pathway in the opposite direction: you have to survive! This is the reasons why I do not like to go into crowded places in the summer – unless they are outdoors.
Capita, talvolta, di trovarsi nella stessa sala con persone che – incuranti delle più basilari norme igieniche – effondono nell’aria un acre odore, in un crescendo di aromi nauseabondi che va dall’effluvio rancido di ortaggi ammuffiti al fetore mefitico di capra bagnata. Sicché non resta che spostarsi in un’altra sala, giungendo finanche a seguire il percorso di visita al contrario, in nome della sopravvivenza. Questo è uno dei motivi per cui non amo andare nei luoghi affollati in estate – a meno che non siano all’aria aperta.